Lascio qui alcuni tra i post più emozionanti che sono girati in rete e la rassegna stampa sul Professor Agostini.
Silvia Gazzola, La Tutor
Ivan Berni, caporedattore
Noi, allievi del master
Luca De Biase
Francesco Priano
Livio Lazzari
Silvia Pagliuca
Giovanni Cocconi
Mauro Sarti
Martina Gneis
La Repubblica
Tgcom24
Alto Adige
L'Adige
Il Resto del Carlino
Il Giornale
Globalist
VareseNews
Corriere della Sera
E questi sono solo alcuni.
Giornalismo ibrido. Nella forma e nel contenuto. Può la mente essere chiara? ChiaraMente cerco una risposta. A volte la trovo e altre no.
mercoledì 12 marzo 2014
martedì 11 marzo 2014
Prof Agostini, questa volta non è divertente
Gli piaceva scherzare con gli studenti. Soprattutto con le allieve secchione e impacciate come me. Frequentavo il secondo anno della triennale in scienze della comunicazione quando ci ebbi a che fare per la prima volta. Laboratorio di giornalismo e new media. Le tre del pomeriggio di una dura ripresa dopo la sessione di esami. Nonostante fosse il 4 febbraio c'era il sole e faceva caldo. E lui indossava la solita giacca a coste in velluto verde. Molto radical chic, come la copia di Repubblica che teneva sotto il braccio. Se non fosse stato per i tormenti di una relazione amorosa che si sarebbe conclusa molto male quella sera stessa, mi si poteva definire estasiata da quella lezione. E poi io lo sapevo dalla quarta liceo. Avrei fatto la giornalista da grande. E non avevo mai cambiato idea.
Fu così che alle sue lezioni, se non prendevo appunti come uno scriba egizio, facevo stretching col braccio destro a forza di alzare la mano per rispondere alle sue domande. Perché le lezioni del prof. Angelo Agostini non erano mai frontali. Troppo comoda stare lì, ascoltare e basta. Mica potevi dormire. Per questo ti lasciava il tempo prima. E anche a lui non piaceva svegliarsi di buon ora, quindi cercava sempre di fissare i corsi in tarda mattinata o nel pomeriggio.
Alla fine del secondo anno andai a ricevimento. Balbettante e impacciata, gli dissi: <<Vorrei fare la tesi in giornalismo con Lei, perché dopo la triennale farò l'esame per entrare nella sua scuola>>. Non glielo chiesi, glielo comunicai. Anche se, per il mio carattere, ciò costituì una fatica immane. Lui, guardandomi con quel suo ghigno beffardo, mi domandò: <<Quanti anni hai?>>. <<Venti>>, risposi. A questo punto, la risata che probabilmente gli solleticava la gola dal primo momento in cui ero entrata nel suo studio, con la mia borsa di pelle marrone malandata, le converse distrutte, la faccia sciupata dalla mancanza di sonno e ovviamente la sedia in cui ero inciampata, beh, quella risata uscì prorompente dalla sua bocca. <<Bruci le tappe, signorina. Vabbè, leggiti un poco - perché lui non usava mai il troncamento - questi libri, poi torna con un'idea>>. Una lunga lista di volumi sul giornalismo. Annuii con espressione convinta, mentre vedevo sfumare l'ozio totale delle vacanze estive.
Tornai all'inizio di settembre con qualcosa in mano. Tre scalette, per sicurezza. Lui ne scelse una e io avevo un progetto. Dopo un mese avevo scritto 185 pagine di tesi. Per andarci cauta, la prima settimana gli portai solo i primi tre capitoli, giusto per attutire l'eventuale eco della sua risata. Invece rise lo stesso, ma non per la ragione che avevo temuto. Mi disse: <<Ma che cosa vuoi fare tu? Diventare direttrice del Corriere della Sera?>>. Ok, sta scherzando. Mi prende in giro. Ma non potevo trovarmi un relatore meno scanzonato? Questo non capisco mai se fa sul serio o mi tira per i fondelli. Però sembrava contento. Fu così che la settimana successiva e quella dopo ancora gli consegnai gli ultimi due capitoli della tesi.
Al terzo anno il mercoledì pomeriggio ero fissa a ricevimento da lui. Anche se non avevo nulla di particolare da dirgli, mi sentivo in dovere di andarci, giusto perché non pensasse, caso mai ce ne fosse il rischio, che mi stavo dimenticando della tesi. E ogni volta che mi vedeva spuntare si metteva a ridere. Ormai ci avevo fatto l'abitudine e se all'inizio le mie guance assumevano una tinta violacea quasi quanto il suo naso, pian piano si limitavano a un yogurt-alla-fragola, che per la mia carnagione cadaverica, credete, è già tanto. <<Sei proprio buffa, sai? Mi stai simpatica>>. <<Ehm, lo devo prendere per un complimento?>>. <<Si sì, è un complimento!>>, mi rassicuravano Marta Zanichelli e Francesco Uboldi, i suoi assistenti.
Insomma, mi prendeva in giro quasi quanto i miei compagni di corso. Tutti con bontà, ovviamente. Guardandomi indietro, non ho mai avvertito tanto affetto come nei gesti goliardici di quelle persone che tra il 2007 e il 2010 mi hanno riempita di scherzi e battute.
Arrivò anche il giorno della laurea. Luglio. Faceva caldissimo. Quel pomeriggio lo vidi arrivare, casualmente proprio a fianco di mio nonno, che era del tutto ignaro di star camminando gomito a gomito con il mio relatore. Mio nonno, che aveva iniziato a piangere giorni prima, quando gli ripetevo il discorso della tesi. Mio nonno, che mi chiedeva: <<Chiara, ma non è che i tuoi giudici - leggete: membri della commissione - sono con Berlusconi? No, perché se fosse così non prenderesti proprio un bel voto…>>. <<Nonno, tranquillo, c'è Agostini. Lui è di sinistra>>.
Ovviamente anche al momento della discussione mi scappò una delle mie gaffes. Strinsi la mano a metà della commissione e l'altra metà la saltai in tronco, presa dal sollievo di aver finito e dalla voglia di togliermi quel coprispalle che mi stava soffocando. Dovetti quindi tornare indietro e rimediare con l'altra metà. Ma ormai lui c'era abituato, così come io mi ero abituata alla sua risata canzonatoria.
Poi gli esami di ammissione al master. Durante il mio orale uscì a fumarsi una sigaretta. Lui non poteva stare più di mezz'ora senza nicotina. Ma che cavolo, prof, mi lascia da sola davanti a tutti questi signori che non conosco? Aspetti un momento, no? Invece tornò dopo dieci minuti e mi chiese perché la Cina stesse svalutando così tanto lo yuan. <<Per avvantaggiarsi nel commercio estero>>, risposi prontamente io, sollevata che qualcuno fosse arrivato a salvarmi dalle domande sul Festival del cinema di Venezia di Paolo Liguori.
Ecco, questa è la parte più felice che ricordo di Angelo Agostini. Poi arrivarono tempi oscuri. Come direbbe Mago Merlino. Prima per me, poi per entrambi. Poi solo per lui.
Davanti ai miei problemi di salute, che per molti erano davvero difficili da capire, trovai in lui una sensibilità e una comprensione autentiche. Che non erano fatte di parole, ma di sguardi, di gesti. Si informava da mia sorella o dai miei compagni su come stessi, perché temeva che, chiedendomelo direttamente, mi avrebbe messa in imbarazzo. Ma Prof, dico, si rende conto che mi ha messa in imbarazzo dal primo momento in cui ci siamo conosciuti?
L'ultima volta che l'ho visto di persona non mi reggevo quasi in piedi, ma parlammo lo stesso di giornalismo e di progetti, di futuro. Del fatto che a scuola mi aspettavano, anche se ero stata incosciente e ora ero davvero nei guai.
Sono contenta di essere riuscita, in quell'occasione, a dirgli apertamente quanta stima provavo nei suoi confronti. Sono contenta di averlo abbracciato.
Durante i miei lunghi ricoveri in ospedale lo sentivo, principalmente per mail, ma qualche volta gli scrissi anche su un foglio di carta, quando non avevo a disposizione il pc. E anche messaggini sul cellulare a Natale e in ricorrenze particolari.
Tornai in università lo scorso autunno, ma lui non c'era. All'inizio non mi ero chiesta perché. Avevo dato per scontato che fosse rimasto a Trento per concludere le vacanze estive. Lui amava le sue montagne, che motivo aveva di rientrare a Milano se il master non era ancora ripreso? Silvia mi disse che non stava molto bene, aveva un dolore alla gamba.
Sì, ok, ma il Prof è il Prof. Cioè, un dolore alla gamba. Decisi di chiamarlo e vedere da me.
<<Buon giorno Prof, anzi buon pomeriggio, cioè, non è proprio pomeriggio…>> Eravamo alle solite. <<Come sta? Silvia mi ha detto che ha qualche acciacco>>. <<Eh, Chiara, tutti li abbiamo, non è nulla. Tu, piuttosto, come stai?>>. <<Bene, Prof! Vorrei riniziare quest'anno. Tra poco mi dimettono>>.
<<Stai scherzando, Chiara?>>. Cavoli, sta volta era serio. <<Con quello che ti è successo l'anno scorso. No, tu ti prendi ancora quest'anno di riposo e con l'Ordine ci parlo io>>. <<Ma Prof…Lei lo farebbe al mio posto?>>. Oh, per una volta avevo avuto l'ultima parola. Non sapevo però che quella sarebbe stata anche la nostra ultima conversazione.
Negli ultimi mesi gli ho scritto più volte. Sapevo che non stava per nulla bene. Ma forse se avessimo scherzato sulla sua malattia come sul fatto che io fossi una giornalista seria, beh, la cosa poteva funzionare no?
Invece non ha funzionato. Stamattina, Prof, Lei mi ha fatto l'ennesimo scherzone. Questo però, poteva evitarlo.
Sandro Petrone l'ha comunicato a quelli del primo anno. Io avevo avuto solo un sentore pochi minuti prima. Silvia che rispondeva a una telefonata e poi scappava via. Lei non aveva risposto ai miei messaggi nelle settimane precedenti. Due più due fa sempre quattro, purtroppo. Anche per noi giornalisti.
Ho cercato per un po' Silvia, sono andata pure su, dove c'è lo sgabbiozzo della Security Pole (c'è chi li chiama bidelli, ma non sarebbe di sinistra). Ho chiesto al guardiano di Silvia, tipo bambina che non trova la mamma. Molto da me, devo ammettere. Ero confusa, avevo bisogno di qualcuno che capisse e condividesse il mio dolore.
E poi hanno iniziato a piovere messaggi. E ho scoperto, con un po' di gelosia, che è stata una persona importante per tantissimi, oltre che per me. Con i ragazzi dei vari anni di master abbiamo passato l'intera giornata a discutere sul modo migliore per dimostrare la nostra stima nei suoi confronti e la nostra vicinanza alla sua famiglia. Come potrà immaginare, non siamo giunti a nessuna decisione risolutiva, pur avendo sproloquiato per ore.
E questa volta me l'ha giocata proprio sporca: non bastava mio padre, ogni volta che non righerò dritto, anche di nascosto, avrò pure i suoi occhi a lanciarmi sguardi di rimprovero. E naturalmente la sua risata.
domenica 9 marzo 2014
Lazzaro, alzati e cammina. E si ribaltò dalla sedia a rotelle.
Dallas Buyers Club, regia di Jean Marc Vallée, con Matthew McConaughey e Jared Leto. L'ho visto ieri al cinema e ve lo consiglio. Un gran bel film. Ma da prendere con le pinze, non emostatiche, s'intende, piuttosto quelle del buon senso.
Perché la storia di Ron Woodroof è pugno nello stomaco, così come fa venire la pelle d'oca la pellicola che la racconta, ma…c'è un ma. Il rischio è che dal film venga recepito un messaggio pericoloso. Si tratta di una polemica contro le case farmaceutiche, che speculano sulla disperazione dei malati nei casi di patologie per cui non esiste ancora una cura realmente efficace e risolutiva. Negli anni 80 era l'Aids, oggi l'attenzione si è spostata soprattutto sui tumori e sulla Sla. Ma ci sono tantissimi mali ancora incurati e incurabili, basti pensare alle malattie rare, per cui è anche poco conveniente intraprendere progetti di sperimentazione clinica, dato che non verrebbe poi a svilupparsi un mercato del farmaco.
Il problema, uno dei tanti almeno, è tuttavia un altro. Il fai da te. Le cure alternative. I rimedi naturali. Una moda rovinosa, addirittura peggiore delle zeppone Fornarina di quando andavo alle elementari, o dei selfie e delle sfide alcoliche diffuse oggi sui social network. Perché qui si parla di vita. E di morte, purtroppo.
Non scherziamo con il fuoco, per favore. Le erbette sono tanto buone, ma nel piatto, non in un flacone che dovrebbe sostituire la chemioterapia o farmaci testati e somministrati sotto il controllo di medici (veri e competenti).
Invece sempre più spesso, complice anche la nutrita fauna di impostori sulla rete, chi è disperato incappa in santoni e guaritori, che propongono soluzioni "sane e naturali" per debellare morbi che nemmeno anni di ricerca, studi e sperimentazioni sono riusciti a sconfiggere.
Ragioniamo un momento: secondo voi, se questi luminari della medicina alternativa fossero davvero certi delle loro scoperte, non si sarebbero già affrettati a sottoporle a brevetto, facendosi pagare profumatamente dagli Stati e rendendole ufficialmente riconosciute, anziché continuare ad agire clandestinamente, magari in scantinati adibiti a poliambulatori clowneschi e con il costante rischio di un blitz delle forze dell'ordine?
Secondo me sì. Forse però, se non l'hanno ancora fatto, è perché tanto certi dell'efficacia e della sicurezza delle loro erbette non sono. O, se lo sono stati in passato, i test clinici li hanno smentiti. Quindi sono ricorsi al piano B: vie traverse, che consentono loro di accumulare lauti gruzzoletti pur non avendo gli studi, le competenze, le approvazioni, e quindi il diritto, per farlo. Come? Prendete una persona disperata, stanca di sottoporsi a terapie senza dubbio dolorose e invasive, avvilita dalla mancanza di sicurezze sulla prognosi e sul futuro, disposta a fare di tutto per avere La Soluzione. E promettetele che, in modo assolutamente naturale, guarirà, smetterà di avere dolore, riprenderà una vita normale. Basterà pigliare qualche erbetta o due gocce di limone al mattino, o un magico tofu, magari acquistabile comodamente su eBay. Eccome che vi darà retta! Se poi non chiedete subito soldi, magari non in forma diretta, ma attraverso "libere" donazioni alla vostra fondazione, creata appositamente per tale scopo (questo però magari non glielo dite), beh, il business sarà assicurato. E se poi la persona dovesse, inavvertitamente, ravvedersi e pensare di tornare alla medicina tradizionale, sarà sufficiente incalzare lei e i suoi familiari con qualche minaccia e con pressioni psicologiche. Tanto poi, nella maggior parte dei casi, quella gente avrà già speso tutte le sue risorse emotive e finanziarie, non vedrà altra soluzione se non quella di rimanere ancorata al santone. E voi sarete ricchi!
Beh, se cercate un modo cinico per far soldi indebitamente, spero non leggiate questa pagina. In caso contrario, mi tengo preparata a una visita della guardia di finanza.
Ma torniamo al film e alla questione. Certamente le industrie farmaceutiche non perseguono solo obiettivi etici. D'altronde non prendiamoci in giro: si tratta pur sempre di mercato, anche nel caso dei medicinali. Per questo dovrebbero intervenire le agenzie nazionali del farmaco e i comitati etici delle aziende ospedaliere, a tutela sia dei pazienti sia delle industrie farmaceutiche. Da un lato, cioè, fare in modo che entrino in circolazione solo terapie sicure, dall'altro salvaguardare anche gli interessi delle imprese, perché, per chi non lo sapesse, nessuno può imporre a un soggetto economico un'attività che gli costi lavoro e non gli produca profitto o che addirittura gli generi perdite. Ma le cose non sono così lineari. Entrano in gioco interessi altri. E non solo economici. Per esempio, resta troppo vaga la questione delle ingerenze politiche. Sono i comitati etici, sentita l'approvazione dell'agenzia del farmaco e con la presentazione di un protocollo specifico, a decidere sulle sperimentazioni cliniche o, nel caso non ci siano alternative terapeutiche e il paziente sia in fin di vita, sulle cure compassionevoli. Ebbene, il comitato etico di ogni azienda ospedaliera viene nominato dal direttore generale della stessa, il quale, a sua volta, è scelto dalla giunta regionale. Fin troppo facile intuire come, nonostante vi sia una componente esterna del comitato pari al 50-60%, le sue decisioni possano essere comunque influenzate sia dagli interessi dell'azienda sia da quelli delle cariche politiche. Il caso Stamina, per cui il metodo Vannoni è entrato in un ospedale pubblico senza il consenso formale dell'Aifa e senza un protocollo di sperimentazione (presentato e rigettato perché incongruo oltre due anni dopo la somministrazione ai pazienti mediante cura compassionevole), è solo la punta dell'iceberg.
E' l'economia sommersa della medicina. Maghi del business, che non possono certo definirsi medici, aprono catene di studioli satelliti sparsi per la penisola o, ancora meglio, a San Marino e in Svizzera. Tramite il web adescano le prede da immolare: blog, forum, passa parola sono le vie privilegiate. Perché si sa, tra i malati affetti da una stessa patologia, specie se questa è poco diffusa e riconosciuta, non tarda ad affermarsi una fitta rete di solidarietà. Perciò: ti consiglio tizio che mi ha dato x per sconfiggere y e l'ho pagato solo z.
Poi si fa tutto in maniera casereccia: meglio non diffondere la voce. E se anche il dubbio a qualcuno viene, la disperazione è troppa per non provare e il rischio che sfumi anche questa opportunità spinge a tapparsi la bocca.
E così si perde tempo, oltre che denaro. E' questo il vero dramma. Quand'anche le cure naturali e alternative non siano direttamente nocive, e in molti casi lo sono, lo diventano perché sottraggono tempo prezioso, che potrebbe essere utilizzato per curarsi in maniera monitorata e sicura. Non sto insinuando che tutto ciò che è omeopatico e naturale sia stupido e inefficace, ma non può sostituire i ritrovati della scienza. Ci lamentiamo tanto della fuga di cervelli, del fatto che i ricercatori preferiscano spostarsi all'estero, ma se lo facciamo è perché ci crediamo. In fondo tutti stimiamo l'importanza e la necessità di persone che studino e che si applichino per migliorare il nostro tenore di vita. Ma in modo sicuro. Per questo queste ricercatori e scienziati sono ancora così pochi, per questo la ricerca costa così tanto. Perché implica modalità complesse, tempi lunghi, criteri selettivi stringenti. Purtroppo non si può avere tutto e subito. E l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re, figuriamoci a San Marino.
sabato 8 marzo 2014
Donne…tududu
Buffo come titoli un pensiero dedicato alle donne con il refrain della canzone di Zucchero, personaggio che, concorderete con me, non è propriamente un esemplare di bon ton e di rispetto al genere femminile. Ma se è per questo non lo sono nemmeno Vasco Rossi o altri ometti del panorama musicale italiano. Eppure loro fanno sognare le donne. O almeno una larga fetta.
Orbene, in questo sabato quasi primaverile tante usciranno a festeggiare. Magari pizza e cinema con le amiche. Oppure, per le più audaci, aperitivo gossipparo e discoteca. O ancora: ci saranno quelle che si sono lasciate convincere dalle colleghe birichine allo streaptease. Ma la festa della donna è anche di coloro che parlano parlano ma resteranno con il proprio ragazzo pure stasera. Di chi trascorrerà il tempo con marito e figli o di chi porterà a cena la mamma anziana. E ovviamente di chi scenderà in piazza per manifestare in favore dei diritti in rosa.
Proprio in questi giorni è sul tavolo della politica italiana la discussione sulla parità di genere nel numero di candidati alle liste elettorali. E se un nutrito gruppo di militanti democratiche auspica questa clausola all'interno dell'Italicum, molte liberali ritengono che non ci debba proprio essere una quota predefinita di seggi spettanti a maschi o femmine: l'elezione deve avvenire per merito e non per genere. Ragioni valide entrambe, perché se da un lato è facile azzardare una sfida simile da parte di chi ha conoscenze e possibilità per accedere alla politica senza agevolazioni legislative, è pur vero che non possiamo pretendere che le donne siano uguali ma un po' più uguali degli uomini di fronte alla legge. E' un discorso complesso, magari di quelli che non andrebbero affrontati il sabato mattina, però io la penso così: se deve esserci un numero di seggi sessualmente definito nelle liste elettorali, allora che sia paritario. Se non sarà previsto, che non ci sia, ma senza troppi distinguo, troppi ma e troppi però. Che poi, dalla - lo ammetto limitata - impressione che mi sono fatta, più che in politica è difficile per le donne entrare nel mondo dell'economia, della finanza, dell'imprenditoria. Perché di donne con una passione sociale e civica e magari con un bagaglio di studi umanistici ce ne sono a bizzeffe ormai, ma quelle che riescono a scavarsi un cunicolo nelle imprese e nei mercati, tolte le aziende di famiglia, sono ancora una rarità. E forse sarebbe importante guardare anche a quei casi e pensare di estenderli, con agevolazioni concrete che consentano alla donna di mantenere in parallelo il suo ruolo di moglie e di madre. Perché, stando allo status attuale, più che con una ventiquattrore la manager dovrebbe giare con una quarantottore. Così come forse, piuttosto che preoccuparci del numero esatto di rappresentanti nelle liste, dovremmo prestare maggiore attenzione ai condizionamenti maschili, che la donna, in quanto tale, può avere se si imbarca in una carriera politica. Insomma, mi riferisco alla schiera di vallette e veline mascherate da signore in tailleur e collana di perle, ma che magari devono accorciare un po' la gonna o abbassare la scollatura in certe situazioni.
Tuttavia: è sabato, è un giorno di festa, c'è anche il sole. Leggetevi l'articolo che segue, un augurio da parte mia e di Aglaia Strada a nome di Artetempo. Poi però, uscite a divertirvi.
mercoledì 5 marzo 2014
Grande fratello, piccolo cervello
Non sono sul pezzo e mi dovete perdonare. Ma, dato che l'argomento non è all'apice delle priorità per la salvezza del pianeta, credo potremo dormire tutti sonni tranquilli, anche se arrivo in ritardo di qualche giorno.
Allora, facciamo un rewind: lunedì sera mi sono proprio messa d'impegno a guardare il Grande Fratello. E l'ho fatto perché non sopporto lo snobismo intellettualoide, quelli che criticano la tv generalista senza nemmeno dare un'occhiata ai programmi trasmessi. O, non di rado, guardando con avidità quei programmi, senza però avere il coraggio di ammetterlo. E su dai, che non siete per forza zoticoni se guardate "C'è posta per te" o "Un posto al sole". Un po' di leggerezza, figlioli!
Insomma, presa dalla voglia di spegnere il cervello, ho acceso la tv su canale 5. A dire il vero non ho avuto nessuna rivelazione particolare. Più che grande fratello dovrebbero chiamarlo grande gemello, ormai. Tutti gli anni la stessa storia. C'è la bellissima, c'è lo sciupafemmine, lo sfigato, la romanaccia, il padre di famiglia…Da un po' di tempo anche il transgender e il soggetto problematico, che si spera susciti la compassione-barra-ammirazione degli spettatori.
Non è difficile intuire il perché: come ai bambini piace sentirsi raccontare sempre la stessa storia, anche se la conoscono a memoria, o vedere più volte il medesimo cartone animato, pure se ormai anticipano le battute - e, oserei dire, forse proprio per questo - così il grande pubblico ama l'intreccio consolidato. Una sorta di rituale rassicurante.
Perché come credete che li selezionino i concorrenti?
In tanti gridano alla montatura, alla finzione, alla recitazione. Ma scusate: secondo voi se uno sa recitare fa un provino per il GF? Cioè, deve essere proprio alla frutta. No, non ci sono copioni imparati, ma semmai schemi funzionali. I partecipanti vengono selezionati in base al loro potenziale, che, in sintesi, significa quanto caos e quanto clamore potranno generare nella casa. Dunque i produttori non pensano alla trama narrativa, alle vicende specifiche che avverranno, si forniscono piuttosto della stoffa giusta. Un tessuto che deve generare più nodi possibili. Come gli archetipi delle favole: l'eroe, il cattivo, la principessa, l'aiutante. Capito?
Beh, un passo l'abbiamo fatto. Veniamo però al caso umano di questo GF. In realtà di casi umani ce ne sono tanti quanti i concorrenti, ma uno li supera tutti. Sì, sto parlando di Mia la Gnappettaaa, che solo da questo fa salire un brivido di vergogna dalle viscere, alla schiena, alla punta dei capelli, ai peli sulle braccia, che noi donne magari non ci stiamo depilando vista la stagione…
Se tutti gli altri concorrenti sono lì per mostrare il loro savoir vivre, non poteva mancare qualcuno che esemplificasse il savoir mourir, no? E infatti la nostra Gnappettaaaa incarna benissimo lo spirito autodistruttivo del XXI secolo, lo Thanatos dei tempi moderni.
Non vi sto a raccontare nei dettagli che genio sia questo personaggio, c'è chi l'ha già fatto egregiamente.
Leggete questo articolo per farvi un'idea.
A questo punto non resta che una domanda: grande fratello o piccolo cervello?
venerdì 28 febbraio 2014
Due video interessanti
La prima è una proposta editoriale, un prodotto offerto dal Fatto Quotidiano per aiutare il cittadino a fare chiarezza sulle mille promesse del nuovo Governo presieduto da Matteo Renzi. Marcello Longo è uno dei giornalisti che appaiono nel video. Ho studiato insieme a lui per un po' alla scuola di giornalismo IULM e mi piace come lavora.
Il Fatto Quotidiano
La seconda chicca di oggi è un fotoreportage realizzato dal mio caro collega d'inchiesta Matteo Colombo e pubblicato dall'Eco di Bergamo. Si parla di Crespi d'Adda, borgo industriale unico al mondo per la sua organizzazione autoctona e per la filosofia ispirata al socialismo utopistico di Robert Owen, Charles Fourier e Henri de Saint-Simon e al paternalismo padronale che spopolava in Europa nella seconda metà dell'Ottocento. Patrimonio dell'Unesco, Crespi non è però stata tanto ridente, almeno fino a qualche tempo fa, quando si è deciso di risollevare il villaggio, ormai in fase di decadimento dopo la chiusura degli stabilimenti, e di riaprire le fabbriche destinandole a nuova produzione. Ma sentiamo Matteo.
Eco di Bergamo
Tutti sono uguali davanti a Trenitalia, ma qualche pendolare lo è un po' meno
SPOILER. Vi siete imbattuti in uno di quei post lamentosi e indignati, che fanno terminare la lettura di pessimo umore. Quindi, se volete mantenere l'ottimismo profuso dal venerdì, passate oltre, prego.
Dieci minuti di ritardo sul tabellone elettronico sono la norma. Cinque generano quasi sollievo. Se non ce ne sono ti chiedi se non stai ancora sognando (perché la sveglia prima delle 7 del mattino, d'inverno, non è esattamente una carezza e voltarsi dall'altra parte un gesto piuttosto comprensibile). Dai venti in su inizi a sbuffare sonoramente, ma poi smetti, perché già fa freddo e non è il caso di buttarsi aria in faccia.
Mentre aspetti il tuo treno fantastichi su future soluzioni di teletrasporto. E poi, alla fine, eccolo arrivare. Cerchi di salire, ma devi essere aggressivo, altrimenti farai tutto il viaggio in piedi, tipo carro-bestiame. E il lunedì mattina e il venerdì sera il massimo a cui puoi aspirare è di trovare un angolino in cui accovacciarti o appoggiarti, perché i posti a sedere sono rigorosamente occupati da chi ha il biglietto con prenotazione.
Circa 2-3 ore della giornata sono date in pegno al viaggio, che non si può definire della speranza, perché se ci fosse da sperare in quello potremmo stare freschi. No, all'ingresso della stazione dovrebbero campeggiare le stesse parole del terzo canto dell'Inferno dantesco, dove sulla porta dell'Ade c'è scritto: <<Lasciate ogni speranza, voi ch'intrate>>.
Ma siamo solo alla - dovuta - premessa. Mamma, o meglio matrigna, Trenitalia anche quest'anno ha deciso di dare un contentino ai suoi abbonati. Un bonus che va dal 20 al 50% di rimborso sul rinnovo dell'abbonamento mensile, in base alle tratte effettuate e ai disagi che si sono riscontrati su di esse. Bene, viene da dire, giustizia è fatta per i pendolari. Ma…c'è sempre un ma. Lo sconto, s'intende, non vale per tutti. Eh no: chi è in possesso della carta "Io viaggio", gioiellino di oro matto che ti permette di accedere a tutti i mezzi di superficie della regione o della provincia (ovviamente non gratis, ma in cambio di una lauta quota mensile/trimestrale/annuale), non avrà il rimborso.
E perché mai? Chiedo, indispettita, al bigliettaio. Semplice: voi potete andare su tutti i mezzi di trasporto, non solo sui treni.
Aaaah. Adesso è tutto chiaro. Perché gli autobus, il metrò e compagnia bella non li paghiamo, giusto? E se il treno è in ritardo noi abbiamo il jet (pubblico) che funge da mezzo sostitutivo.
Purtroppo la realtà è un'altra. I ritardi, le cattive condizioni igieniche e il sovraffollamento delle carrozze lo scontano anche i titolari della carta "Io viaggio", con la differenza che questi pagano una quota più elevata di abbonamento e rimpinguano così i portafogli bucati di Trenitalia.
Dopo questa lieta notizia, sarà ancora più amaro guardare quel tabellone, con le cifre che si moltiplicano di minuto in minuto. O alzarsi dalla poltrona perché un tizio che prende il treno una tantum ha il posto prenotato. O pagare un caffè 1.50€ sul Freccia Bianca. O non abitare nella città dove si studia e lavora.
Perché c'è un dettaglio che in molti tendono a dimenticare: i tragitti dei pendolari non sono allegre scampagnate o gite di piacere. Ma: Trenitalia wishes you a pleasant journey. Trenitalia vi augura buon viaggio.
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