venerdì 18 aprile 2014

I ragazzi dell'Officina

Un quintetto di baldi giovani. Vivono a Brescia. Studiano e lavorano. Uno di loro è mio amico dai tempi delle medie, gli altri li ho conosciuti per caso. E per caso ho scoperto il loro progetto.
Come ormai avrete capito, non resisto davanti alle persone con spirito d'iniziativa e coraggio, per questo li ho pedinati e intervistati. E ArteTempo ha dato loro spazio, come fa a ogni sentore di dinamismo e positività.



Intervista Officina 9







mercoledì 16 aprile 2014

Cosplay: parlando con il campione del mondo

Il campione del mondo di Cosplay è tutto italiano. Andrea Vesnaver si è lasciato intervistare nel giardino del chiostro del Museo Diocesano di Brescia.
Ecco il video, realizzato da Marco Puoti, direttore, fotografo e videomaker di ArteTempo, con la collaborazione dell'artista bresciana Federica Cocco.

ArteTempo_Intervista Andrea Vesnaver

Babelfish

Gino Pitaro, Edizioni Ensemble




Un pesce può anche essere fuor d’acqua, ma respirare lo stesso. Accade a Pamplona. A Ginevra. A Roma. A Londra. A Singapore. In Costa Azzurra. E’ il pesce di Babele, quello che vive ovunque, ma senza mai abitarci davvero. E’ italiano, di Vibo Valentia, ma il suo nome si declina in forme ibride, che ne confondono l’appartenenza: Rino, Chris, Ivan, Francesco o anche solo “io”. Sono queste le voci che danno vita ai protagonisti delle storie di Babelfish. Punti di vista eclettici su un mondo tanto dispersivo quanto costante, fatto di persone e di cose che scorrono nel flusso del tempo e dello spazio. E allora essere in Francia, in Italia, in Malesia o altrove poco cambia nell’intimità psichica di personaggi votati al nomadismo esistenziale. Sono i flâneur dei giorni nostri: individui che vagano per strade e luoghi di città straniere, catturando immagini e particolari che restano invece invisibili agli occhi degli abitanti integrati. C’è infatti uno stacco, un salto che interrompe il flusso della concretezza quotidiana e ne trasporta frammenti nel mondo interiore dei personaggi. E’ lì che vivono realmente fatti e situazioni. Perché, nonostante Babelfish sia un affresco multietnico del XXI secolo, il sipario narrativo si alza e si abbassa sulla psiche dei protagonisti, zingari calabresi che devono alla loro estraneità dal contesto in cui si trovano la raffinatezza esacerbata con cui percepiscono l’intorno.
Il carattere volatile e labirintico, comunque, non avvolge solo le atmosfere dei singoli plot, ma impregna anche la struttura narrativa: una raccolta  di sei storie tra loro disgiunte e parallele, sia in termini cronologici che spaziali e tematici. Oltre all’analoga provenienza dei protagonisti, però, e al fatto che siano tutti maschi e tutti trapiantati in un altrove più o meno distante dalla loro terra natia, c’è un filo rosso che tesse questo patchwork esistenziale. L’incompiutezza. Il gioco capriccioso del caso, che tira le fila dei destini, aprendo e chiudendo le storie a suo piacimento. L’inizio dei racconti è sempre in medias res e il lettore viene così catapultato nel fare del personaggio, in un momento e in uno spazio specifici della sua vita. Nella maggior parte dei casi si parte da un pensiero, a conferma del modello intimistico, ma la narrazione è sempre onnisciente, con il punto di vista al tempo stesso interno ed esterno al protagonista. Solo in un caso viene usata la prima persona, ma anche in quella circostanza il narratore sviluppa la trama mentre parla a tu per tu con un amico morto e, ripercorrendo gli episodi in cui i due hanno interagito, si fa portavoce non solo dei suoi sentimenti, ma anche di quelli del compagno.
E così, senza nemmeno accorgercene, ci troviamo immersi in una storia, ne assorbiamo avidi l’evoluzione, magari assecondando le piroette del narratore, che ci porta in lungo e in largo per i luoghi e gli anni dei personaggi, e poi scopriamo che è finita così. Senza un “e vissero tutti felici o scontenti”. Come se chi scrive ci avesse giocato uno scherzo e noi avessimo abboccato al primo colpo. Ma Babelfish è il pesce di Babele, non quello d’aprile, e il tranello narrativo è un buon espediente per tenere vivo il ritmo della lettura, per non tentarci a saltare nemmeno una riga delle 127 pagine. Avremmo voluto saperne di più su Rino? Ci sarebbe piaciuto capire che ne è stato di Chris o di Ivan? Non abbiamo tempo per pensarci, perché, mentre incassiamo il colpo del distacco da una storia, arriva subito quella successiva, che ci trasporta verso ben altri lidi.
Lo stile è quello di chi non teme qualche arcaismo: un vi al posto di un ci, un pronome egli o un essa rispolverati da quei cassetti letterari che sembravano ormai chiusi per sempre. Non siamo più abituati a vederli stampati né tanto meno a sentirli, perciò in certi frangenti la concentrazione tematica cede il passo all’analisi testuale: ci fermiamo, interrogandoci sul senso di espressioni e parole che credevamo di aver abbandonato per sempre sui libri di scuola. Ma possiamo perdonare questa interruzione grazie alla capacità dell’autore di descrivere situazioni e sentimenti in modo tale che, mentre li leggiamo, ci viene da dire: «ha ragione, è proprio così!». E questo è garantito solo da quella confidenza con la lingua che permette a uno scrittore di sfruttarne appieno le potenzialità, senza però cadere nell’abuso quantitativo o qualitativo.

Un pesce, quello di Babele, che vale quindi la pena di scegliere nell’oceano ormai popolatissimo ma non sempre altrettanto appagante, della letteratura contemporanea.

lunedì 14 aprile 2014

Il Sol Levante riscalda la città

E' un po' l'umore generale di questa primavera 2014: una riscoperta del Giappone nelle varie declinazioni che lo caratterizzano. Una cultura che ormai ha impregnato diversi aspetti della vita occidentale: dall'ormai inflazionassimo sushi, ai massaggi Shiatsu e i corsi di Yoga, alla rinata passione verso anime e manga, fino al fascino indiscusso degli artisti nipponici.
Quindi, a distanza di una settimana dal Fuori Salone di Milano, che ha ospitato il preludio della Tokyo Designers Week, anche Brescia ha accolto i cugini giapponesi. E lo ha fatto in un chiostro, quello del Museo Diocesano di via Gasparo da Salò, con un evento durato due giorni dal titolo "Il Giappone nel chiostro".
Ero lì con ArteTempo e ve lo racconto.

martedì 8 aprile 2014

Il magico mondo della finanza

Vi sembrerà strano, ma pure le donne hanno capito che le borse non sono solo quelle che si mettono a tracolla e che ci fanno impazzire davanti alle vetrine. Insomma, c'è chi, come la sottoscritta, è particolarmente affascinata dai mercati finanziari. E da quelli che ci lavorano.


Per capire come mai Milano venga definita una metropoli, bisogna andare in piazza Aulenti. Sembra di non essere in Italia. Ma a New York. O a Londra. Grattacieli vetrati, ampie fontane raso terra, ventiquattrore al posto dei piccioni. Sede Unicredit. Entrando nella torre 9, passati i controlli di sicurezza, un badge apre, almeno fisicamente, le porte del mondo dei mercati finanziari. Sei camere di contrattazione, infiniti uffici che gestiscono ogni aspetto delle reti italiane, 4.000 addetti ai lavori. L’istituto di credito milanese ha appena completato il trasferimento dell’intero comparto nella sede in zona Garibaldi. Sono state incorporate 26 filiali, prima sparse nell’hinterland, al fine di ottimizzare il lavoro e la comunicazione della banca. Una vera e propria cittadella del denaro. Denaro invisibile, che fluttua e cambia il suo valore in tempo reale, concretizzato solo dai numeri sui quattro, cinque, sei monitor che riempiono le scrivanie dei manager, tutti rigorosamente in camicia bianca.
«Pronto, hallo?»
«Uno stacco a mezzo!»
«Stacca a mezzo, Sergio!»
Spezzoni di conversazioni telefoniche, il cui tono frenetico riecheggia nell’open space della sala di contrattazione. Qui vengono negoziate le sorti finanziarie dei mercati. Lo fanno i sales, che gestiscono gli interessi dei clienti, e i traders, che monitorano le reti della banca. C’è la zona execution, quella di contrattazione sui mercati, e l’area production, in cui vengono pensati, strutturati e realizzati i prodotti finanziari di Unicredit. La struttura si ripete uguale nelle varie sale, che si differenziano principalmente per le reti, italiane o straniere, e i clienti, piccole o grandi aziende, a cui afferiscono. Un’attività, quella del brokeraggio, che genera dai 15 ai 20 miliardi l’anno. Specializzazione, numero di clienti, rapidità del servizio e capillarità delle reti sono gli indici che determinano la buona o la cattiva qualità degli operatori di mercato.
Swot, swap, future: non è solo la moneta a inflazionarsi, ma anche la lingua inglese e le sigle. Altro fattore che confonde l’orientamento geografico del visitatore. Ma che siamo in Unicredit lo si può intuire dai colori dell’arredamento: il bianco e il rosso del mobilio, unito al nero dei computer. Le stesse tinte di quella carta magnetica tanto nota ai clienti della banca. I clienti, appunto: il singolo cittadino, la grande azienda, lo Stato. Soggetti che si portano appresso esigenze e interessi diversi, talvolta contrastanti. Tutti però hanno a che fare ogni volta con una variabile determinante: il rischio. E’ un circolo, virtuoso o vizioso a seconda dei punti di vista: più alto viene percepito, meno si tende a rischiare, ma meno si rischia meno i mercati sono dinamici, con influssi negativi sull’economia. D’altra parte, maggiore è la propensione all’avventura finanziaria, più sale l’astrazione di valore del capitale, con il pericolo di generare effetti deleteri, come la vicenda dei sub-prime. In pratica, il rischio era diventato entità talmente eterea per gli azionisti e per gli operatori dei mercati finanziari che si era generata l’illusione della sua inesistenza. Gli investimenti di tanti e i beni di tantissimi galleggiavano all’interno di una bolla speculativa in continua espansione. Finché questa bolla è scoppiata e con essa il valore dell’immobiliare, che ha determinato, per effetto domino, stragi economiche su tutti i mercati, sia a livello settoriale che geografico.



Tanto è cambiato da quel 2008, che pare già lontanissimo. Si sono trasformate in primis le abitudini di consumo dei cittadini, ma anche la percezione degli investitori, oggi forse più ancorati alla concretezza. Il risparmio, visto come la palla al piede del commercio e della ripresa economica, è stato invece l’airbag di molte famiglie, specialmente italiane, sopravvissute alla crisi grazie ai soldi messi da parte nel corso di una vita e alle abitudini oculate che caratterizzano la nostra nazione. Eppure negli ultimi dieci anni il non speso è stato ben poco, perché poco è stato in generale il denaro e alti, rispetto al tenore delle buste paga, i prezzi. Questo anche in Italia, che rimane comunque il bengodi degli istituti creditizi stranieri, attirati dalla nostra forte propensione al risparmio.
In un simile panorama si staglia la nuova reputazione delle banche, che hanno la fama di cacciatori in una prateria di agnelli. Tale è l’idea che piace divulgare, soprattutto a quella politica che pure ha contribuito, con la dilatazione del debito pubblico, ad aggravare la crisi economica. Eppure le banche sono esse stesse imprese, non enti di carità. E come soggetti economici vanno trattati: non si può obbligare un soggetto a svolgere un’attività che gli generi perdite. Di conseguenza, anche gli istituti creditizi possono e dovrebbero valutare l’affidabilità finanziaria dei loro clienti, la capacità che questi hanno di risanare i debiti. Ciò a dispetto anche delle lamentele sull’impossibilità di piccoli e medi imprenditori di accedere al credito.
E così riecheggia quella parola. Capitale. Non il Capitale di Marx, figlio indiscusso dell’economia moderna. Semmai il Capitale Umano. Sì, quello di Stephen Amidon e di Virzì. Perché in fondo non sono solo le compagnie assicurative a calcolare il valore prodotto dalla vita di un uomo. Forse lo fanno anche quelli che investono per mandare il figlio all’università. O per comprarsi in futuro la villa con piscina. Un po’ come i protagonisti del romanzo e del film, che, pur traslati dall’America all’Italia, sono sempre mossi da quel fattore imprendibile e capriccioso che è il rischio.





domenica 6 aprile 2014

Fino all'ultimo scatto

Vi svelo un segreto. Potete far passare anche mezz'ora senza scattare una foto. Persino un giorno intero. O una settimana. Il corpo prosegue i suoi ritmi vitali, la fisiologia continua il suo corso. Il sole sorge e tramonta lo stesso. So che la cosa pare impossibile a tutti coloro che intasano il web con selfie (autoscatti), foodie (foto di cibo), clothesie (foto di capi d'abbigliamento) e ora anche #aftersex (foto post-sesso), perché non sia mai che agli amici sfugga la nostra ultima performance focosa. Insomma, se prima c'era la sigaretta, adesso c'è l'iphone, che forse è meno dannoso per la salute fisica, ma, per quanto riguarda il rapporto con il partner, beh, non ne sarei così certa.
Ci sono tanti aspetti che entrano in gioco nell'utilizzo smodato della fotografia pubblicata sui social network. Innanzitutto, possiamo ancora chiamarla fotografia? O forse sarebbe più opportuno lasciare questa denominazione a immagini che possiedano un minimo di emotività e non siano solo il frutto di gesti compulsivi?
E' difficile dare una risposta, perché, se è vero che negli scatti rubati al flusso del quotidiano con gli smartphone e ingordamente pubblicati all'istante sul web mancano la preziosità dell'atto studiato e sentito, la sacralità della ricerca creativa e l'emozione della posa o la fortuna dell'evento immortalato, se è vero che manca tutto questo, è pur vero che non si possono mettere sullo stesso piano i prodotti di mezzi e finalità diversi. Mentre infatti la fotografia analogica o digitale realizzata con una fotocamera ha solitamente la funzione di raccontare e di imprigionare qualcosa, sia esso un ricordo, un'emozione o il semplice prodigio, lo scatto dagli smartphone serve per mostrare, mostrare e mostrare. Ma anche per condividere. Non a caso, se le fotografie tradizionali si conservano quasi gelosamente, nell'album di famiglia, nel book del maestro o più recentemente in un dvd, selfie&co non aspettano altro che essere rubati, diffusi, resi noti. Cercano la spettacolarità, ma non hanno nulla di sacrale, perché sono inflazionati. Però hanno una funzione: appunto quella di comunicare. Sono un po' l'equivalente degli sms in rapporto alla lettera. In una società di nativi digitali, di occhi educati all'immagine in pixel e di diete mediatiche iper-attive ma mai sature, ognuno usa gli strumenti di comunicazione che gli sono familiari. Non necessariamente più giusti o sbagliati. Per esempio, i nostri nonni ci hanno messo un po', a loro tempo, per imparare come si usa un telecomando e di certo la maggior parte di loro non trova molto simpatici computer e telefoni cellulari, ma...avete mai visto le loro grafie? L'eleganza e la pazienza con cui delineano ogni lettera? Beh, è la stessa praticità che noi abbiamo quando scattiamo un selfie al nostro bel faccione e spigliatissimi lo postiamo su Facebook e Instagram.




Molti miei colleghi non sono troppo contenti della prodezza tecnologica che caratterizza le nuove generazioni. Non parlo dell'epico scontro tra apocalittici e integrati. Quelli erano gli anni 60 e Umberto Eco si riferiva alla cultura di massa. La preoccupazione degli addetti al settore era semmai per la tutela del pubblico-lettore e della sua coscienza, mentre oggi i timori sono altri e si rivolgono al futuro di una professione, quella degli specialisti nella comunicazione, che si profila sempre più a rischio. Perché il video lo gira anche mio cugino Pinco con il telefonino. E pure mia sorella Pallina può scattare una foto e mostrare qualcosa all'umanità. Persino il mio ragazzo Fortunato fa cronaca attraverso il suo blog. Insomma, pare che la mia unica sicurezza sia quella di non essere preda futura della crisi del mercato immobiliare: il peggio che potrà accadermi sarà fare a botte con qualche barbone per il posto sotto un ponte. E, vista la mia mole, forse dovrei comunque preoccuparmi.
Ma sto divagando. Eravamo partiti dai selfie. Che comunque c'entrano eccome, anche con l'aura dei reporter. Se infatti non sento ancora di avere il destino segnato, è proprio perché c'è una differenza che separa il giornalista dal giornalaio. Ed è la stessa che si interpone tra la comunicazione come risposta al bisogno di apprendere e ragionare e la semplice diffusione delle informazioni. Il medesimo dislivello lo abbiamo fra una foto realizzata da un professionista che sta ore a meditare luce e angolatura giuste, la polaroid di famiglia o in comitiva, dove tutti si mettono in posa al momento sbagliato, e lo scatto che la tredicenne fa di se stessa davanti allo specchio o al sushi che ha nel piatto. Sia chiaro: quella appena citata non è una scala di valori. Semmai di funzioni.
La comunicazione è lo specchio della società che la produce, forse per questo mi interessa tanto. E quella di oggi è improntata sul fai-da-te. A volte diverte, alte annoia, altre ancora incuriosisce.


mercoledì 2 aprile 2014

Chi fa da sé fa per tre?

Chi fa da sé fa per tre. O l’Italia è l’eccezione che conferma la regola o anche i proverbi sbagliano, almeno nel mondo del lavoro. L’ampio spettro delle partite iva, che nel nostro Paese costituisce il 24% degli occupati, vive e sostanzia la crisi del ceto medio. Si va dall’artigiano e il commerciante di bottega al professionista laureato, passando per le micro e piccole imprese (fino a 49 dipendenti). E’ questa la schiera dei lavoratori autonomi, accomunati da propensione al rischio, un set di competenze più o meno tecniche e la disponibilità di un capitale fisico minimo per affacciarsi sul mercato. A tale miscellanea, che varia a seconda della figura professionale presa in considerazione, si è aggiunto però nell’ultimo ventennio un altro ingrediente, purtroppo avvelenato: la vulnerabilità sociale. I lavoratori autonomi, specialmente quelli più vicini alle fasce di povertà, sono funamboli che cercano di tenere in equilibrio entrate e uscite di capitali, vincoli a datori di lavoro che si presentano allo Stato come partner (con conseguente assenza di contratti che garantiscano tutele minime) e gli eventi della vita che colpiscono chiunque, senza preavviso, come un acquazzone ad agosto.


Insomma, il lavoro autonomo ha a che fare con la libertà solo nella forma, ma nella sostanza porta alla stagnazione, frammentando il mercato in minuscoli fazzoletti locali, senza generare reti con clienti e professionisti esteri. Allora perché l’Italia è terza in Europa, preceduta solo da Grecia e Turchia, per numero di lavoratori autonomi? Di certo contano le radici storico-culturali, il fatto cioè che il nostro sia un Paese di tarda unificazione territoriale e di debole tradizione liberale, ma a intorpidire le acque non sono solo i detriti stratificati negli scorsi decenni: anche il presente gioca la sua parte. Per esempio, ci sono categorie intoccabili, protette da politici che trovano in esse il loro bacino diretto di elettori. A risentirne in maniera tragica sono le politiche economiche, che rimangono vincolate agli interessi di singoli gruppi, perdendo così slancio nella rincorsa verso un benessere capillare e inclusivo. D’altronde non è un caso che la piccola e media borghesia, il ceto più esposto alle tempeste economiche e al tempo stesso meno rappresentato politicamente, sia una succulenta preda elettorale per quei partiti populisti (dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle) che basano la loro forza sul malcontento e sulla rivendicazione.
In questo panorama vengono meno i tre fattori che hanno sempre fatto da collanti per il lavoro autonomo. In primis la propensione al rischio, perché oggi sempre meno persone sono disposte ad avventurarsi da cerbiatti in una jungla economica di tigri. Scricchiola anche la competenza: o ce n’è troppa e il sapere diventa quindi asettico e intrappolato in compartimenti stagni, oppure troppo poca, con una crescente arretratezza della formazione professionale negli istituti tecnici. Infine, ma in realtà anche al principio, mancano i capitali: le risorse pubbliche vengono per lo più utilizzate a beneficio delle già citate categorie protette e non per incentivare start-up e investimenti. L’apertura ai mercati stranieri, parallela a una mancata capacità di risposta competitiva e interlocutoria da parte delle aziende nostrane, è l’ennesima goccia di quest’acqua torbida, forse proprio quella che fa traboccare il vaso.

A dispetto del dualismo che tanto piace a noi italiani, stavolta non è un gioco a somma zero: lavoro autonomo contro lavoro dipendente. Si tratta semmai di interrelazione tra i due. E, se di gioco si parla, per uno stesso risultato hanno entrambi da guadagnare. O da perdere.