lunedì 29 dicembre 2014

Cibo etnico: ovunque ma non a scuola

Trovatemi un bambino a cui non piace il fritto di pesce e patatine. O che non ama il risotto allo 
zafferano con salsiccia, carne e piselli. O wurstel e crauti. A patto, però, che non li si chiamino con i loro nomi: fish and chipspaella valencianaWurstchen mit SauerkrautE, restando in cucina, si potrebbe tagliare a fette non troppo sottili il dubbio. La sensazione, cioè, che non sia una questione di papille gustative. E che i diretti interessati non siano proprio i bambini.
Bambini che fanno festa se il pranzo è in un fast-food, non solo americano ma ormai anche orientale. Bambini che spesso sono più arditi degli adulti nell'assaggiare nuovi piatti quando li si porta in vacanza. Gli stessi bambini che, tuttavia, non gradiscono i menu multietnici proposti nelle mense scolastiche, sia in concomitanza del semestre italiano alla presidenza Ue sia in vista di Expo 2015.
L'intento di celebrare l'integrazione con il binomio cibo-cultura ha quindi fallito?
Perché pare proprio che agli alunni delle primarie e delle secondarie di primo grado gli involtini primavera non vadano giù. Che alle polpettine di riso preferiscano la pasta al ragù. Che le mense scolastiche debbano così fronteggiare deprecabili sprechi di cibo avanzato e ragazzini con la pancia vuota. Quasi una ripicca dal greve sapore leghista verso le vaschette di pasta al pomodoro ancora sigillate finite nei bidoni dell'immondizia dei campi profughi di Pozzallo.


Le polemiche, che di quel dubbio citato poco sopra costituiscono lo spessore, vengono dai genitori. Chi lamenta la non digeribilità. Chi teme che mangiando una volta ogni quindici giorni fish and chips il proprio figlio possa diventare obeso. Chi si allarma per le norme igieniche: chissà da dove viene quel pericoloso cumino? Non sarebbe meglio un risotto allo zafferano? Chi, ancora, ne fa una questione politica. Se a mensa servono il gulasch, allora devono dare anche lo spiedo con la polenta. Uccellini compresi.


Al di là delle polemiche, fertili quanto le steppe asiatiche, il punto è forse un altro. In gioco ci sono due ingredienti educativi. Il primo, decisamente più rilevante, è l'integrazione culturale. Che significa, soprattutto, non discriminazione. E allora la cucina c'entra eccome. Perché ci preoccupiamo di garantire adeguati menu ai celiaci, agli intolleranti ai latticini e ai diabetici, ma non ai vegani, ai musulmani e agli ebrei? Perché, "si dice", la prima è una prescrizione medica, la seconda una scelta. E allora, mettiamola su un altro piano: c'è differenza tra un malato di cancro e un malato di Aids? "Si dice" che il secondo un po' se l'è voluta, il primo no. O che un paziente col cancro al fegato non può mangiare e che un anoressico può invece scegliere. In questo mare di luoghi comuni non nuota nessuno, facciamo tutti i morti. E prima o poi un'onda birichina potrebbe farci annegare.


Il secondo ingrediente potrebbe essere riassunto dalla classica frase della nonna: o mangiar questa minestra o saltar dalla finestra. Solo che la minestra potrebbe non essere quella di nonna Pina ma magari di teta Amina (la sua corrispondente libanese). Addestrare, cioè, i palati dei nostri pargoli a fare poco gli schizzinosi. Anzi, a provare la curiosità del nuovo. Di solito i bambini ce l'hanno, ma se in famiglia li si abitua o li si autorizza a diete tanto monoalimento quanto monocolore è il credo del parentado, non se ne esce.


E poi, spiegatemi una cosa: perché va tanto di moda mangiare al ristorante indiano? O togliersi le scarpe e consumare pasti, seduti sul tappeto, nei tavolini bassi dei giapponesi? 
Forse la moda non discrimina, perché ha il carattere del gioco. La quotidianità, invece, è una cosa seria.

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