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sabato 1 agosto 2015

Depressione, amore e rispetto

E' la prima volta che mi occupo di depressione in questo spazio. E lo faccio levando ogni pretesa medico-diagnostica. Semplicemente, noto attorno a me l'incedere incalzante di questa patologia e mi sembra quindi giunto il momento di fare chiarezza.

Chi non si è mai definito depresso? Perché magari era lunedì. O perché non aveva passato un esame. O ancora per la reclusione in casa a studiare.

Ecco, facciamo un passo indietro. La depressione, quella di cui sto per raccontare, è un'altra cosa. Non avendola mai provata di persona riesco solo a iconificare con le parole stati d'animo e pensieri di chi ne è realmente affetto e ha condiviso parte del suo mal de vivre.

Perché, riferimenti baudeleriani a parte, è proprio un male che colpisce la vita, nella sua essenza più profonda e nelle sue manifestazioni più spicce. Alzarsi al mattino diventa impossibile, tanto che il pigiama rimane incrostato addosso come una muta arrugginita. E la sera insieme al sole tramonta ogni speranza, è l'angoscia a farsi luna piena di un cielo senza stelle.


Più che analizzare i sintomi di quella che è classificata come vera e propria malattia e che per giunta può avere mille diversi risvolti da persona a persona, preferisco concentrarmi su due parole che stanno alla base del problema: l'amore e il rispetto, verso se stessi in primis, ma anche verso gli altri.

Non ho un verbo mio in grado di trasmettervi la dolorosa sottigliezza della questione. Ho però una lettera, scritta da una ragazza in preda a questo demone reale. Sono pezzi di vita e pezzi di cuore che continuano a farmi piangere, ogni volta che li leggo. Senza l'intenzione di rattristarvi, ve ne riporto alcuni stralci, nella speranza che abbiate anche voi spunti "altri" per riflettere. Sull'amore. E sul rispetto.

Partendo dal presupposto che una persona depressa è spesso sola, perché la maggior parte delle sue cerchie si sono allontanate per paura, esasperazione, impotenza:
Qual è il confine tra l'autotutela e l'indifferenza, il menefreghismo, l'egoismo e la codardia? Quanto è scomoda una persona che soffre e quanto è difficile ascoltarne i motivi, comprenderli e aiutare? [...] Quanto presto si dimenticano le gioie e l'amore ricevuto, o l'amicizia e la lealtà quando le situazioni si fanno complicate?
Viola (nome di fantasia) era una ragazza apparentemente fortunatissima. Aveva tutto. Tanti amici, un fidanzato che si diceva innamorato, una laurea a pieni voti e un lavoro nell'ambito da lei desiderato. Ma qualcosa girava sempre più lentamente nella sua testa. Quel qualcosa che la faceva incartare nei meccanismi più banali, generandole sensi di colpa e angosce per le questioni più futili. Sofferenze trascurate e portate avanti nella speranza che passassero da sole: l'importante era non far vedere nulla agli altri. Perché l'aveva intuito, Viola, che gli altri non avrebbero capito e l'avrebbero lasciata sola. Almeno la maggior parte di loro.
Alla fine il vaso che Viola portava in bilico tra le braccia si è fatto troppo pesante. E si è rotto, conclamando la sua depressione.
Quando è successo, come temevo, per alcune persone, anche quelle che consideravo tra le più importanti della mia vita, sono diventata una malata scomoda. Una pazza. Una paranoica.
Ed è così che Viola ha iniziato a riflettere sul senso dell'amore e del rispetto.
L'amore è quello di mia madre, che, dopo una giornata estenuante, viene da me in ospedale e non si stravacca sulla poltrona rossa, in teoria la più comoda, ma prende la seggiolina di plastica e si avvicina al mio letto, passando la notte accanto a me. Sta lì a pochi metri da quella persona - io - che si sente una merda per quello che non è riuscita a non fare, per aver ceduto alla tentazione di volerla fare finita una volta per tutte. Mi abbraccia e mi dice che va tutto bene, che non è arrabbiata con me e non è nemmeno triste (mente, ma sa che se me lo dicesse mi sentirei ancora più in colpa). Dice che è solo contenta di essere lì con me. E io so che quello avrebbe potuto essere il giorno del mio funerale. Riesce a dirmi che non sono cattiva e che andrà tutto bene, anche se un paio di giorni prima mi sono ingoiata due confezioni di triciclici (potenti psicofarmaci, ndr). Amore è il suo occhio sempre aperto al primo beep di troppo del mio cuore del cazzo che non smette di battere all'impazzata.
L'amore è quello di mio nonno, che sotto il sole cocente di luglio, alle 13 viene a trovarmi in bicicletta. Ha 84 anni e non guida più. Viene tutti i giorni e si mette a piangere se piango o si commuove con me davanti a un video. Mi dice che sono "bellissima e toga". Anche se ho fatto la cazzata. Anche se ho le occhiaie, non lavo i capelli da giorni, ho tutti i segni dei cerotti e delle ventose e sembro un pulcino spennato.
L'amore è quello del mio terapeuta verso suo padre. Me l'ha raccontato, sai? Che l'ha perso a 20 anni, che era un appassionato di campagna e natura e che ora lui ha investito la maggior parte di quello che ha per costruire una villa come sarebbe piaciuta al suo papà. E ora le cose che facevano insieme le fa da solo, ma con lui dentro.
L'more è quello di mia sorella, che ha conservato la lucidità giusto il tempo per chiamare il 118 e poi per un giorno non ha voluto vedermi, arrabbiata e spaventata. Ma alla fine è venuta. A spiegarsi e a scusarsi. Ed è rimasta. Amore sono le sue mani che mi accarezzano  il viso e mi asciugano le lacrime. Sono i suoi abbracci e il suo voler stare con me.
L'amore è quello del fidanzato di una ragazza che c'è qua con me ricoverata (Viola si trova in una clinica riabilitativa, ndr), che, tornato stanco dal lavoro in fonderia , senza saper minimamente cucinare, si sforza di prepararle tutto quello che i medici le hanno raccomandato di mangiare. Che chiama sempre in clinica per sapere come sta e appena la vede gli si illuminano gli occhi. Lui le aveva detto che non l'avrebbe abbandonata e non l'ha fatto.
L'amore, probabilmente, è quello che per tutta la vita non sono riuscita ad avere verso me stessa, quello che magari non mi avrebbe fatta sentire sempre l'ultima ruota del carro, la bambina goffa che deve sforzarsi per restare a galla ed essere accettata. Mi sono sempre sentita una persona immeritevole e la conseguenza logica è che per avere un po' di amore, per sentirlo vivo e pulsante, dovevo sforzarmi al massimo, fare piaceri, regali, chiedere sempre scusa anche quando mi facevano un torto. In pratica, non essere me stessa.
Va da sé che il concetto di amore includa quello del rispetto. Viola ne parla in calce alla lettera, dicendo:
Mi sono chiesta spesso se il mio modo di fare, il mio essere sempre gentile e leale, nel senso di non fare sgambetti, di non fare la stronza per ottenere quello che volevo, di evitare agli altri qualunque cosa che non volevo fosse fatta a me, sia parte della mia dignità o mi abbia portata a calpestarla. Ho sempre pensato che preferisco star male mille volte perché sono stata buona e disponibile e così l'ho presa in quel posto, piuttosto che star male anche una sola volta perché sono stata stronza e ho danneggiato qualcuno.


Una risposta a tutte queste domande che affollano la mente di Viola io non ce l'ho. E non ce l'avete nemmeno voi, immagino. Perché l'amore, il rispetto e mettiamoci anche la dignità viaggiano sui binari incrociati dell'autostima e della biologia. Ciò che auguro a Viola e a tutti coloro che soffrono di depressione è di non perdere la speranza. La stanza buia in cui si trovano non si accenderà con un click dell'interruttore artificiale. Né verrà qualcuno con una candela. Saranno loro ad aprire la finestra e far entrare i raggi di sole.

sabato 13 giugno 2015

La violenza che non si può denunciare

Denuncereste mai un uomo che uccide?
Certamente sì.
Uno che picchia la sua donna?
Con molte probabilità.
E uno che la fa sentire incapace, paranoica, inadeguata?
No.

Pur essendo riconosciuta come sopruso, la violenza psicologica non è ancora coerentemente legiferata. E' difficile stabilire il confine tra un rapporto complicato e una relazione patologica. Eppure non è altrettanto complicato distinguere un uomo dal carattere forte da un vero e proprio aguzzino. Non lo è per nessuno, eccetto che per la sua partner. Allora, chiariamo i tratti di questo fenomeno, assai più diffuso di quanto si creda e di certo non meno preoccupante della violenza fisica e sessuale o dello stalking.

La violenza psicologica è infima, perché si nasconde, non si lascia percepire nemmeno dalla vittima. Se una donna viene picchiata, per esempio, non solo porta i segni del danno subito, ma ha un elemento concreto, fattuale, per prendere coscienza di essere maltrattata. Ovviamente anche in questo caso si innescano spinte masochistiche e sensi di colpa, tali per cui la vittima pensa di meritare schiaffi, pugni e percosse, ma lo smascheramento dell'aguzzino avviene in modo più lineare, più diretto. Ci sono segni visibili che lo supportano.

Pensiamo invece alla situazione in cui "l'uomo" non alza un dito sulla compagna, ma la logora da dentro. Assume atteggiamenti menefreghisti e li giustifica con il principio di indipendenza e libertà. Alterna momenti di freddezza artica con frasi e gesti dolcemente manipolatori. Le reazioni della partner sono piuttosto scontate: insicurezza, quindi costante richiesta di conferme, assoggettamento totale. Sottomissione. 

Risultato? La donna verrà accusata (dall'"uomo") di essere
paranoica, oltre che dipendente e dunque inadeguata. Peccato che siano proprio gli atteggiamenti del suo fidanzato/marito/... a renderla tale. Ci sono ragazze e signore che arrivano a sviluppare forme acute di patologia conclamata, come la depressione o l'autolesionismo, in risposta a una condizione di violenza psicologica intollerabile all'interno della coppia.

Come il violentatore fisico, anche quello psicologico tende a isolare la sua vittima: dagli amici, dalla famiglia, dai colleghi. Gli altri hanno sempre qualcosa che non va, principalmente perché vogliono bene alla donna, la quale deve scusarsi persino di avere genitori, fratelli e sorelle, per non parlare delle amiche. La verità è che tutti diventano minacce potenziali: con le loro parole, le loro esperienze, il loro affetto potrebbero condurre la vittima verso una presa di coscienza.

Ma nella maggior parte dei casi si prosegue a tentativi ed errori, un po' come gli esperimenti pavloniani. Il topo e il suo pezzo di formaggio. La prova e la ricompensa. Che non arriva mai. Il violentatore psicologico non è più un partner, ma l'educatore della sua compagna, la quale tenta in ogni modo di forgiarsi al suo volere. Senza riuscirci, chiaro.

Quando - e accade spesso - la vittima arriva a essere talmente logorata da sviluppare disturbi psicologici, l'aguzzino ha una nuova arma tra le mani, sintetizzabile nella frase "Sei pazza!". La patologia psichica demolisce ulteriormente la credibilità della vittima, rendendola instabile e provata agli occhi di tutti. Una bella manna per il violentatore, che darà così una giustificazione scientifica allo stato della compagna.

"Sta così perché è malata". Già, ma chi l'ha fatta ammalare? Sono dinamiche che tante volte nemmeno gli amici e i parenti della vittima riescono a comprendere, concentrandosi più sul malessere che su ciò che lo ha generato. Passano i mesi, talvolta gli anni, e poi accade qualcosa: un fatto traumatico, una circostanza fortuita ma salvifica, un incontro. 

No, "l'uomo" non verrà denunciato, né tanto meno sarà costretto all'allontanamento (come nel caso dello stalking). Non esiste il reato di istigazione alla depressione e all'ansia, seppure queste spesso conducano a tentativi di suicidio. "L'uomo" resterà in circolazione e non perderà tempo a infangare la reputazione della sua (si spera ormai ex) compagna. Le darà appunto della matta, della paranoica. Si lamenterà delle sue fastidiose ossessioni. Qualcuna gli darà corda, crederà davvero a quel lupo travestito da agnello e si illuderà di essere la compagna giusta per lui. Così la giostra degli orrori ripartirà per un nuovo giro.

Secondo studi consolidati, le persone che hanno già subito violenza in passato - di qualsiasi tipo - sono più permeabili alla violenza psicologica da parte del partner. In parte è vero: chi non ha una solida autostima ed è abitutata a vivere rapporti di sottomissione coltiva in sé l'idea che l'amore sia un lusso a lei precluso e di conseguenza in una relazione crede sia normale sforzarsi per essere amata.
D'altra parte tutte, ma proprio tutte, possono caderci e trovarsi un giorno sulla strada un cavaliere mascherato.


Il rimando a un articolo esaustivo sull'argomento.

giovedì 20 marzo 2014

La felicità è contagiosa

Dato che oggi è la giornata della felicità, eccovi una ricerca interessante a riguardo.


Abbiamo una ragione in più per essere felici: rendere tali anche gli altri. La felicità si diffonde in maniera dinamica nelle reti sociali: lo dimostra lo studio del Framingham Heart Study, pubblicato dal British Medical Journal.
Dal 1983 al 2003, attraverso ripetute rilevazioni, 4.739 soggetti, denominati ego, hanno dichiarato il loro grado di felicità con la CES-D, la scala depressiva del Centro di studi epidemiologici. La CES-D si compone di 4 voci relative a come i partecipanti si sono sentiti nella settimana precedente all’esaminazione: «fiducioso nel futuro», «felice», «Mi sono goduto la vita», «Ho avvertito di valere quanto le altre persone». A ognuno di questi stati è stato assegnato un punteggio da 0 a 3 e tutti e quattro i risultati sono confluiti in un numero finale, da 0 a 12, ovvero dal minimo al massimo grado di felicità. Ogni ego è stato poi associato ad altri 18 soggetti, detti alter: madre, padre, una sorella, due fratelli, tre figli, due amici, cinque vicini e tre colleghi di lavoro.
Ed ecco che cosa ne è derivato. Più una persona è socialmente connessa più aumentano per lei le probabilità di essere felice e le persone felici tendono a instaurare relazioni reciproche. La centralità di un individuo nella sua rete locale è quindi il motore primario per la sua felicità futura, ma il meccanismo non è reversibile: una maggiore felicità non assicura una successiva centralità nella rete. La felicità si diffonde da un individuo all’altro, ma devono esserci prossimità fisica, vicinanza temporale e un grado di separazione limitato. Una persona che vive a circa 1,6 km di distanza ed è felice accresce del 25% la possibilità che un suo amico lo diventi. Effetti simili si sono visti in coniugi coresidenti (8%), fratelli e sorelle che vivono fino a 1,6 km di distanza (14%) e vicinato (34%). Il beneficio tende però a decadere nel corso del tempo: le probabilità per gli ego di essere felici diminuiscono dal 43 al 22% a seconda che i rispettivi alter esaminati lo siano stati nei sei mesi o nell’anno precedente. E non conta tanto la profondità del legame, quanto la frequentazione. Ecco perché sono più incidenti i rapporti con i vicini di casa rispetto a quelli con familiari e coniugi che vivono distanti.
Influisce anche il sesso: le donne sono tendenzialmente meno infelici degli uomini e i legami più potenti sono quelli omofili, cioè tra persone dello stesso genere. Il fattore più forte, tuttavia, è la direzionalità: hanno molta più rilevanza i rapporti amicali reciproci rispetto a quelli percepiti come tali solo da una delle due parti. Prova ne è che la felicità di un alter in una relazione mutuale accresce del 63% le possibilità dell’ego di essere felice in futuro, mentre lo stesso stato in un legame univoco determina un incremento solo del 12%.
Ma c’è un’altra buona notizia. Mentre la felicità è contagiosa, l’infelicità lo è meno: se una persona diventa felice accresce del 9% le probabilità che lo diventino anche i suoi contatti, ma se diventa infelice le possibilità che lo diventi anche chi la circonda scendono al 7% .

La felicità può quindi rientrare a pieno titolo nei criteri di determinazione della qualità della vita, inoltre azioni che la accrescono, come le misure a tutela della salute pubblica, potrebbero generare effetti a cascata, migliorando così l’efficacia e i costi degli interventi. Se infatti la malattia è una fonte di infelicità, fornire cure migliori a chi sta male accrescerebbe non solo la sua felicità ma anche quella di chi lo circonda, dando quindi maggiore dignità alle politiche sociali.