martedì 23 settembre 2014

Quell'eco, tanto logico quanto chic

Il verde sta all’eco come il rosso sta al radical. Sempre chic è. Prima è arrivato il commercio equo e solidale, poi la scoperta del biologico e del mercato a km zero. Da qualche tempo ha fatto la sua comparsa anche l’architettura sostenibile. Tetti erbosi, soffitti e pavimenti in legno e ovviamente quelle pareti trasparenti che fanno tanto clean, tanto pulito, quanto il cibo vegano che ormai spopola fotografato sui social network. Ma chi si figura la baita del nonno di Heidi, scoprirà purtroppo che non basta vendere il latte fresco della mucca che scampanella allegra sulle montagne per pagare casa.


Quanto costa quindi l’ecosostenibilità? Dipende. Ci sono senza dubbio soluzioni abbordabili, ma non immaginate le raffinate casette da rivista allo stesso prezzo dell’edilizia popolare: gli edifici eco-compatibili sono dall’8 al 20% più cari rispetto a quelli tradizionali. Il vero beneficio, però, si può ottenere sul lungo periodo, con risparmi sui consumi che sfiorano l’80%, e con le detrazioni fiscali. I risvolti economici sono stati analizzati da Irena (agenzia intergovernativa per le energie rinnovabili), Servizio Studi della Camera e Cresme (centro ricerche economiche, sociali e di mercato per l’edilizia e il territorio) alla fine del 2013 nel rapporto REthinking Energy. Lo studio mostra come le fonti rinnovabili stiano diventando sempre più competitive rispetto alle fossili, grazie per esempio alla diminuzione dei costi, che dal 2008 sono scesi dell'80% per il fotovoltaico e del 18% per l’eolico. Inoltre, grazie agli incentivi fiscali al 65% e al 50% dell’Ecobonus e della legge di stabilità, nel 2013 sono stati realizzati interventi per 27,5 miliardi di euro (+40% sul 2012) e per il 2014 si stimano investimenti per 33 miliardi da parte delle famiglie: una cifra importante, che vale il 2% del Pil italiano. 


Da un lato emerge quindi la crescita significativa delle rinnovabili negli ultimi anni, dall’altro si evidenzia però che senza potenziare ulteriormente gli investimenti e accelerarne la diffusione, non si potranno evitare gli impatti disastrosi del cambiamento climatico e rispettare il limite massimo dei 2 gradi centigradi di riscaldamento medio del pianeta sarà un’utopia.
Bisogna vivere verde, dunque. Come? L’ultima frontiera dell’ecologia è la casa passiva, cioè un'abitazione priva degli impianti convenzionali di riscaldamento. E’ detta passiva perché si assicura il benessere termico tramite il calore solare irraggiato attraverso le finestre e mediante quello prodotto all’interno dell'edificio e dagli occupanti stessi. Nipote della Green House americana, la casa passiva è arrivata in Italia con Norbert Lantschner, fondatore e direttore di CasaClima, il sistema di certificazione energetica degli edifici ritenuto dall’Onu una delle 21 azioni concrete da mettere in atto contro il cambiamento climatico. Partendo dal presupposto che il consumo domestico assorbe il 40% dell’energia primaria e che nei tetti, nelle pareti e nelle porte si nasconde una grande dispersione del calore, il progetto CasaClima o Casa Passiva si propone di ridurre il consumo energetico: dai 20 litri di gasolio per metro quadrato abituali a meno di un litro per mtq. Una famiglia che normalmente spende 1500-1800 euro annui per 100mtq ne spenderebbe così solo 200.

La prima casa passiva, la Passiv Haus di Darmstadt-Kranichstein

Non solo: un’abitazione simile produce anche energia da riutilizzare per usi nazionali e questa soluzione costituisce anche un’ importante possibilità di crescita sostenibile per i Paesi in via di sviluppo, oltre che un settore fertile per la fioritura di nuove figure professionali.
Un processo intelligente, che parte, proprio in senso letterale, dalle fondamenta: la costruzione deve avere un orientamento che massimizzi la luminosità interna della casa. E’ poi necessaria un’adeguata schermatura, quindi pareti grandi e spoglie, per lo più in vetro, che facilitino l’accumulo di energia. Infine, un’estetica compatta, sul modello delle serre.
Progetti irrealizzabili per l’Italia? Pare di no. Sicuramente il modello tedesco non può essere applicato a stampo nel nostro Paese, viste le differenze climatiche e di risorse naturali a disposizione. Nell’ottobre del 2013, tuttavia, a Bollate (Milano) è nata la prima casa passiva mediterranea, appunto realizzata secondo le caratteristiche morfologiche nostrane: una villetta di tre piani quasi interamente in legno. E non è finita: a Cascina, località San Prospero (Pisa), è in costruzione una casa passiva in canapa e calce.

La casa passiva mediterranea di Bollate

In costruzione la casa passiva in Calcecanapa, a Pisa


Ammettiamolo, però: alcuni di questi esemplari sembrano container. Ma se i primi modelli partenopei di casa passiva appagano l’ambiente e non l’occhio, Lantschner non ha lasciato nulla al caso e, dopo aver lasciato a febbraio 2012 la direzione di CasaClima, è ora a capo di un nuovo progetto, chiamato Climabita. Questo, rispetto alla creatura primogenita, pone un’attenzione particolare alla piacevolezza e alla qualità estetica.

L'interno di una casa passiva secondo il modello Climabita

La raffinatezza verde era già stata assodata dal Bosco Verticale di Stefano Boeri, realizzato nel quartiere Porta Nuova di Milano. Non certo un omaggio alle 900 specie arboree che ospita sulle sue terrazze né un esempio di architettura sostenibile, ma uno spunto di riflessione sul gusto estetico del ritorno alla natura, visto che il residence è stato annoverato tra i 5 grattacieli più belli del mondo. E quella dei giardini verticali è una tendenza che sta disegnando il nuovo perimetro dell'architettura contemporanea. Non solo suggestiva, ma anche utile, visti gli indubbi benefici per la termoregolazione e il filtraggio dalle polveri presenti nelle aree metropolitane, sempre più povere di spazi verdi. Un modo, quindi, per conciliare le esigenze dell'ecologia a quelle della cittadinanza.

Il Bosco Verticale di Milano

L’eco, dunque, non è solo –logico. Oltre alla necessità di risparmiarci futuri dissesti ambientali e l’esaurimento delle risorse scarse, siamo attratti da qualcos’altro. L’illusione di vivere "come una volta", coltivando l'insalata nell'orticello della nostra terrazza al quindicesimo piano. La magia di una casa silvestre, come quelle degli hobbit.
Eco, vintage e fantasy, in effetti,  stanno vivendo la gloria di uno stesso palcoscenico.

In Scandinavia costruivano case green già millenni
fa, realizzandole con le cortecce delle betulle, per  rivestirle poi di tufo.
 Le porte erano piccole non per la bassa statura degli abitanti, 
ma per la scarsità del legno necessario a realizzarle

sabato 6 settembre 2014

Nell'arte i luoghi (dei) comuni

Due mostre partorite dalla geografia bresciana. Inaugurate a due giorni di distanza. 
La prima, Mater Brixia, paesaggio contemporaneo è una fotografica sulla città, realizzata da Officinanove e allestita all'interno del Museo Diocesano. Vernissage 5 settembre e 19 ottobre, dalle 19.30 alle 21.30.
La seconda, Armonie espressive, è costruita sui dipinti di Elio Roberti, artista valsabbino che ha trasferito su tela i suoi luoghi all'interno della Galleria L'Altra Arte di Delfina Platto, a Bagnolo Mella. L'esposizione verrà inaugurata domani alle 17 e resterà aperta, dal martedì alla domenica, fino al 25 settembre.
Non c'è nulla di più magico dello shock nel guardare qualcosa che quotidianamente vediamo e basta. Luoghi e oggetti comuni, quasi banali, che puff...in un istante rispondono a un nuovo perché. Che non è quello del fare, non solo, ma quello del sentire. E' la tecnica di Marcel Duchamp, che nella sua decontestualizzazione esibisce come opere d'arte una ruota di bicicletta, un orinatoio, un ferro da stiro e tanti altri arnesi che in genere ci si aspetta di trovare in un ripostiglio o in un garage, non certo in un museo.


Esattamente lo stesso meccanismo alla base di queste due mostre.
Mater Brixia ricompone la struttura cittadina, articolandosi sugli elementi che ne fanno da cardini. Le porte, punti di uscita e di entrata dell'urbe post-moderna, confini inclusivi ed esclusivi. Porte antiche (Venezia, Milano, Cremona, Trento) e porte moderne (la stazione, l'aeroporto, i caselli autostradali). Poi le vie sotterranee: la metropolitana. Uno squarcio alle varie fermate che costellano la città e attraversano zone diversissime per aspetto, funzioni e ceti che le popolano. Infine le mutazioni: vecchie fabbriche riconvertite in centri commerciali o spazi pubblici disegnati in un'epoca e colorati successivamente con le tinte della contemporaneità.
Oltre alla qualità tecnica delle fotografie, c'è un quid in questa carrellata di visioni urbane. La stretta emotiva che ti si appiccica addosso mentre guardi con il solo intento di osservare ciò che di solito vedi perché ci passi davanti. E così finalmente vedi, vedi! Le piramidi di vetro fuori dal metrò, lo skyline dal Castello e dal Crystal Palace, la piazza antica che si riflette sul letto d'acqua di una fontana raso terra di recente costruzione.  E' bello non tanto e non solo perché la fotografia ne restituisce linee compatte e pulite, di solito impercettibili allo sguardo nudo. E' bello specialmente perché lo conosci benissimo, lo conosci tanto da riconoscerti al suo interno. Quella figura per strada, ripresa di spalle, quell'auto che sfreccia dopo il casello, la casa che proietta la sua ombra sull'asfalto...tutto questo potresti essere tu.


Chi non vive in città, chi trascorre le vacanze sulle valli che incorniciano l'hinterland, o più semplicemente chi coglie ogni possibile occasione per scappare dalla frenesia urbana sarà di certo più interessato alla seconda mostra. Anche Armonie espressive è una giostra visiva che ruota attorno al baricentro della quotidianità. In un contesto naturalizzato, però. Le onde erbose che fanno da tappeto alle passeggiate domenicali dei bresciani, i paeselli dove le campane suonano ancora ogni quarto d'ora, i fiumiciattoli in cui tutti abbiamo lanciato sassi da bambini, ma anche la fatica di una strada in salita o la tristezza di venti anime oltre gli ottanta, rimaste a popolare comuni in cui a esodare non sono solo i corsi d'acqua, ma anche le nuove generazioni. Panche in legno su cui siedono le comari a fare maglia e uncinetto, a chiacchierare dei giorni che furono, della gente che c'è e di quella che se n'è andata. E a zittirsi, con precisione quasi tecnologica, al passaggio di un forestiero. Una quotidianità che non si vive solo nei luoghi, in questo caso, ma anche nelle cose che fanno i luoghi. Fiori, frutta, alberi spersi ai margini di campi arati.
Roberti predilige gli elementi e le tinte terrestri, coniugandoli però a quelli acquiferi nell'incedere delle stagioni: i cieli cupi o tersi, bui o soleggiati umorizzano stradine e pinete, i manti nevosi recitano il letargo invernale, il riverbero delle pozzanghere, figlie dei temporali estivi, genera riflessi di luce che invadono la tela. Una pittura materica, quella dell'artista valsabbino, che ha percorso una parabola inconsueta: dal rigore e la serietà degli esordi alla leggerezza pacifica e solare di oggi. 


Città e valle.
Urbano e agreste.
Fotografia e pittura.
Ma con un denominatore comune. Il luogo. Quello che passiamo e trapassiamo ogni giorno, che è talmente nostro da non appartenerci neanche un po'. O forse che ci appartiene talmente tanto da non sentirlo nemmeno nostro.

martedì 2 settembre 2014

Attaccami, insultami…ma parla di me

Mai sentito parlare di Diego Diaz Marin? Quasi sicuramente no, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di fare quel che ha fatto.
E' il motto dei vip, o meglio, degli aspiranti tali: non importa come, importa che si parli di me. E allora parliamone pure.
Diego Diaz Marin è un fotografo andaluso che lavora per la rivista di moda Harper's Bazar e che ha messo il suo estro creativo al servizio di vari brand, anche molto noti. Cavalli, Acquazzurra e Schield, giusto per fare qualche nome.
Negli ultimi mesi la sua fama si è espansa oltre i confini della nicchia fashion-addicted, con discussioni scoppiettanti, polemiche e anche una bella denuncia. La colata di miele che ha attirato il vespaio è stata la campagna pubblicitaria autunno/inverno 2014-2015 per Schield gioielli. 
Titolo: "Disorder Sisters".


Diverse associazioni per la lotta contro i disturbi alimentari hanno messo in allarme AgCom (Autorità garante per la comunicazione): quello non è uno spot di gioielli, ma un inno alla bulimia. Non deve essere diffuso.
Marin è stato denunciato. L'offesa di queste immagini rapaci non è solo al buon costume e alla sensibilità, ma anche e specialmente alla salute, per il messaggio che bisbiglia infimamente. Schield è un marchio di gioielli che si colloca nelle fasce alte del mercato. Roba da ricchi. Non tutti se lo possono permettere. E le due androgine fanciulle hanno quel velo etereo che rende la loro inquietudine distruttiva quasi affascinante. Per equazione: i disordini alimentari e i disturbi psichiatrici più che malattie mortali paiono tenenze chic. Roba da ricchi, appunto.
La replica è stata talmente ingenua da destare il sospetto che all'interessato non importasse molto difendersi: <<Non era assolutamente mia intenzione inneggiare alla bulimia>> (e infatti questo si era capito benissimo, lo scopo era usare la bulimia per scatenare la polemica) <<Volevo solo raccontare la storia di due sorelle che fanno giochi pericolosi tra loro>> (Pericolosi, appunto. Ma quali giochi? Non hanno forse un nome? E specialmente: mettersi le dita in bocca ed essere spettrali voi lo chiamereste "gioco"?).
Forse voleva imitare la mossa furbetta di Oliviero Toscani, che nel 2007, con la campagna "No anorexia, Nolita" tappezzò le città con la gigantografia mortifera di Isabelle Caro, modella belga morta tre anni dopo per anoressia. 


Già in quel caso non ci voleva nemmeno un QI medio per capire che l'intento era ben lontano dalla sensibilizzazione verso i rischi dei disturbi alimentari. Tant'è vero che anche allora i cartelloni furono presto rimossi. Non prima di aver soffiato sul falò dell'indignazione, ovviamente non per spegnerlo, ma per aizzarlo. Non prima di aver dato nelle mani di una donna malata la ragione per rimanere tale (d'altronde l'anoressia l'aveva resa famosa in tutto il mondo). Non prima di aver più o meno subliminalmente incitato all'emulazione migliaia di soggetti già sensibili al tema. Non prima, guarda un po', di aver rimpinguato il conto in banca di Oliviero.
Non è stata né la prima né l'ultima volta che Toscani se n'è uscito con le sue zingarate: schiaffi al decoro e alla sensibilità che sarebbe troppo generoso chiamare provocazioni. Ricordiamo tutti il bacio tra la suora e il prete per Benetton, così come sta circolando proprio in questi giorni, su tutti i media, la campagna di Fratelli d'Italia contro le adozioni gay. 


Il fotografo ha gridato allo scippo, accusando il movimento politico di aver indebitamente usato una sua fotografia. Ammettiamo anche che Toscani non fosse d'accordo. Che, poverino, non sapesse l'uso che sarebbe stato fatto del suo scatto. Resta la concretezza dell'oggetto incriminato: un'immagine con due coppie omosessuali, ritratte con il volto losco mentre sembrano contendersi un tenerissimo neonato. Oliviero non ha negato di averla scattata. Photoshop non arriva fino a questo punto. E comunque ammetterà anche lui che è difficile credere che i responsabili della comunicazione di FdI siano talmente sprovveduti da usare in una campagna del genere una fotografia d'autore senza il consenso dello stesso.
Insomma, perdonatemi se mi sorge il dubbio che Toscani non sia poi tanto dispiaciuto che in questi giorni si parli tanto della faccenda.
Sulla stessa scia, ma con la responsabilità della ditta produttrice, si colloca lo spot per la linea di vestiti Pakkiano, della Ghiaia Tonon di Motta di Livenza, un'azienda di abbigliamento nel trevigiano. "Salvata da morte certa" il titolo del video: una donna, in chador nero, si prepara a essere lapidata da alcuni uomini musulmani, ma all'improvviso arriva un messaggero: <<Lei veste Pakkiano>>, grida. Gli uomini  lasciano cadere a terra le pietre e la condannata si toglie il velo per mostrarsi in realtà ragazza bionda dai tratti nordici, con una t-shirt dalla scritta:"Sono ancora vergine".


Voleva forse essere un'ammiccamento alla difficile convivenza tra il Veneto leghista e la comunità musulmana? Un non-si-sa-di-che-utilità richiamo ai conflitti arabo israeliani che stanno insanguinando il Medio Oriente? Chi lo sa. Di fatto, il video, che sta raccogliendo migliaia di visualizzazioni sul web, ha innalzato un coro unanime di proteste contro la strumentalizzazione religiosa a scopo pubblicitario.
Fiato alla bocca, volume al portafogli. Una lezione ormai nota allo spagnolo Marin, già piuttosto incline all'aggressività iconica, come dimostrano i servizi passati per Schield (2012), dove l'allusione alla tossicodipendenza è quanto meno lineare:


e "Psichotic love" per Roberto Cavalli (2013).


Insomma, questione di tecnica affinata nel tempo. Per raggiungere uno scopo preciso. Appunto la polemica scatenata dalla campagna Schield 2014-2015. Infatti, sebbene probabilmente non vedremo mai Disorder Sisters sui muri urbani, sulle riviste o nei banner, adesso tutti sappiamo chi è Diego Diaz Marin. 

domenica 17 agosto 2014

Estate 2014. Che ombrello aprire?

Non c'è niente di più triste delle spiagge con la sabbia bagnata, i lettini ripiegati e gli ombrelloni chiusi. E' la tipica scena che ti fa venire voglia di tornare in città e di vederla piena e movimentata, di riprendere la scuola (no vabbè, non esageriamo), di ripristinare il guardaroba invernale.
Malinconia vattene via.
D'altronde ferragosto è il capodanno estivo, il giro di boa verso la fine delle vacanze. Eppure abbiamo appena sorpassato la metà di quello che dovrebbe essere il mese delle ferie per eccellenza, ma di estate, eccetto quelli che si sono spostati al Sud, ne abbiamo vista ben poca. E' così che il maltempo aiuta la crisi a tirare il freno a mano dell'economia italiana. A risentirne sono innanzitutto gli esercizi turistici del Centro-Nord, non solo gli stabilimenti balneari delle riviere adriatica e tirrena, ma anche centri acquatici e di divertimento, che hanno segnato un calo di presenze di più del 50% rispetto allo scorso anno. E va bene che restano le città d'arte, però pure vedersi il Colosseo o l'Arena sotto la pioggia non è esaltante. E poi ci sono tutti gli strascichi: chi (tranne la sottoscritta) ha voglia di mangiarsi un gelato con 19°? Chi avrà acquistato costumi e creme solari quest'anno? Per non parlare dei danni all'agricoltura e di quelli provocati alle zone devastate dalle alluvioni.
Inutile dire che molti Italiani chiuderanno il saldo del 2014 in negativo. 


Ma guardiamo anche a quel che resta nel bicchiere. E non parlo solo dei venditori di ombrelli, quelli da pioggia, che di sicuro avranno fatto l'en plein. Vediamola così: le splendide terre del meridione e delle isole quest'anno non sono state particolarmente erose dai capricci del tempo. I cinema, messi alla prova dalla conversione al digitale, hanno strappato qualche biglietto in più. E forse, chi ha risparmiato sul soggiorno al mare o in montagna si è concesso o si concederà una cena fuori. Qualche animale abbandonato in meno. Qualche studente che avrà avuto il tempo di prepararsi meglio agli esami di settembre. Tanti funghi da mettere nel risotto quest'autunno. E i ciclamini che staranno tappezzando le pinete.
Così, anche se abbiamo dovuto rinunciare ai preziosissimi consigli di Studio Aperto su come affrontare il caldo, direi che siamo pronti lo stesso: per ripartire, più carichi di prima, e rimboccarci quelle maniche lunghe che per quest'anno non abbiamo mai abbandonato. 

martedì 29 luglio 2014

Ucraina, noi mamme siamo disperate

<<Devo far venire i miei figli qui in Italia, prima che li chiamino alla guerra>>.
La sua voce e il suo sguardo sono più stropicciati dello straccio che tiene in mano e con cui strofina senza sosta ogni angolo della casa.
Hannah, ucraina, ha 62 anni e da 14 vive a Brescia, lavorando come colf. Al mattino in una casa, all'ora di pranzo in un'altra, il pomeriggio negli uffici.
Si sposta a piedi o con l'autobus, anche quando fuori nevica o diluvia. Indossa vestiti di seconda mano, in genere quelli che le regalano le persone per cui lavora. Non butta via nulla: dal goccio di latte che rimane sul fondo della tazza che i ragazzi lasciano a colazione, al boccone di pane del giorno prima, ormai secco.
Non parla un italiano fluente, ma saluta sempre, con una combinazione ossimorica di registri: <<Ciao Signora … >>.
Di solito sorride. Non in questo periodo, però. 
<<Prima hanno portato via tutti nostri soldi. Janucovyc è diventato miliardario mentre noi morivamo di fame. Adesso si prendono anche i nostri uomini. Li chiamano in guerra. Ma come si fa a combattere una guerra con un fucile ogni cento soldati?>>.


Dopo secoli di dominazione russa, il 16 luglio 1990 un nuovo Parlamento adotta la Dichiarazione di sovranità dell'Ucraina, stabilendo principi quali l'autodeterminazione del Paese, la democrazia, la libera economia, l'indipendenza politica e la priorità della legge ucraina rispetto al diritto sovietico su tutto il territorio nazionale.
Una dichiarazione rimasta tuttavia sulla carta. A decretarne l'invalidità pratica i tumultuosi movimenti di protesta. Come la rivoluzione arancione (2004). E la recente Euromaidan, scoppiata lo scorso novembre con le proteste dei giovani pro-Europa, dopo che l'allora Presidente Janucovyc si era rifiutato di firmare un accordo di annessione dell'Ucraina all'Ue, necessario per la sopravvivenza economica del Paese. Guarda caso, in cambio di un compenso russo, concesso da Putin, che avrebbe stretto ulteriormente l'abbraccio soffocante con la Russia. 
Il 22 febbraio 2014 la fuga di Janucovyc e dei suoi bracci destri dalla capitale Kiev e la sua deposizione dalla carica di Presidente della Repubblica Ucraina.
Fosse finita, però. Nemmeno un mese dopo (11 marzo) la regione meridionale della Crimea, insieme alla città autonoma di Sebastopoli, dichiara l'indipendenza dall'Ucraina e la successiva annessione alla Russia. E via via riprende corpo il fuoco degli scontri, che trasforma l'inverno est-europeo in una vera e propria guerra civile, con le forze militari di Kiev contrapposte ai ribelli di stampo russofono nelle regioni orientali del Paese. 
Ed è proprio il tira e molla occide-orientale a spingere l'altalena di un conflitto solo apparentemente locale, ma in vero proiezione microscopica dell'atavico scontro tra Stati Uniti e Russia, capitalismo e comunismo, coca cola e vodka. 
Ha senso, nel terzo millennio, parlare ancora di guerra fredda? Probabilmente no. Non quando in campo non ci sono più i giocattoli nucleari (reali o presunti) con cui due super potenze si minacciano a vicenda. Ci sono invece uomini, ragazzi, che muoiono. E madri, come Hannah, che si disperano ma restano impotenti. 
La storia si ripete uguale in diverse parti del globo. Giusto per fare due altri esempi noti: Libia e striscia di Gaza. Cambia solo il contesto dei Paesi, teatri di uno scontro internazionale condensato in un conflitto locale, surgelato dalla distanza e impacchettato in forma tascabile dai media. Sembra una partita a scacchi: due contendenti maneggiano tante sagome. E le strapazzano, si agitano, senza toccarsi. Tanto le pedine sono di plastica, non hanno un volto, non hanno un nome. Ma pur sempre di guerra si tratta. E di morte.


Con l'Ucraina cambia un tassello. Che di mezzo, letteralmente e fisicamente, c'è L'Europa. Anzi, l'Unione Europea. Il 27 giugno 2014 il neo Presidente ucraino Petro Poroshenko ha firmato a Bruxelles un accordo di associazione tra Ucraina e Ue. Potrebbe essere la scialuppa di salvataggio per i figli di Hannah, i suoi nipoti e vicini di casa. Per tutti quelli che aspettano una lettera che li convochi a morire.
Potrebbe, ma non finché il dialogo tra i leader dell'Unione sarà incentrato solo sulle nomine e sulle frecciatine patriottiche.
<<Noi mamme siamo disperate>>, conclude Hannah. Prende lo straccio e ricomincia a pulire.


lunedì 21 luglio 2014

Si saldi chi può

Primi bilanci a due settimane dall'inizio dei saldi estivi. Placata la fase regressiva, l'economia ha forse smesso di fare capriole all'indietro, ma la ripresa si fa comunque desiderare. I consumi stentano a ripartire. E allora, sempre di crisi si parla.


Eppure, che siate oculati e parsimoniosi, risparmiando magari anche sul rotolo di carta igienica, o abbiate le stigmate alle mani inflitte dalla croce dei vostri acquisti compulsivi, che siate insomma le formiche o le cicale della situazione, non potete negare di aver fatto almeno un sopralluogo in un centro commerciale, alla ricerca di qualche occasione. Ecco quindi gli umori del momento.
Un'estate partita tiepida e andata raffreddandosi. Non solo per quanto riguarda il meteo, che pure incide notevolmente. Chi ha voglia, infatti, di scorrazzare per negozi con l'ombrello sempre in mano e scarpe e vestiti madidi di pioggia? E chi si prende la briga di recarsi ai grandi magazzini quando non c'è il caldo che fa agognare l'aria condizionata al loro interno? Dettagli sì, ma non irrilevanti. E così, sul 67% degli italiani che avevano dichiarato a inizio saldi di voler approfittare delle offerte, ad oggi solo il 29% lo ha fatto. Divisi a metà tra chi ha speso uguale e chi meno dello scorso anno. E' quanto emerge da un'indagine condotta da Confesercenti e Swg. Insomma, pare che  gli 80 euro del Renzi Bonus non abbiano sortito gli effetti desiderati. Almeno finché non ci saranno maggiori stabilità e garanzie per il futuro, gli italiani preferiranno appesantire i salvadanai piuttosto che i sacchetti della spesa. Secondo le indagini di Confcommercio, crescono infatti gli acquisti low cost. Un italiano su 4 ha investito solo 50 euro nei saldi, e lo scontrino medio 2014 si attesta sui 98 euro, con un aumento di appena 6 euro rispetto allo scorso anno. Un po' poco per parlare di ripresa.
Era bello non doverci pensare troppo, insomma. E lo era da entrambe le parti del bancone. Non si tratta solo di fare shopping a cuor leggero, ma anche di spendere e spendere un po'. Non a caso, ci sono molte strategie che i negozianti mettono in atto per indurre all'acquisto facile e smodato. Come posizionare merce simile vicina. Magari più o meno dello stesso prezzo. Poniamo l'esempio di un negozio di bigiotteria: se ci sono due paia di orecchini tra loro molto somiglianti, è probabile che, nello sfolgorio del locale, tra la confusione della folla, la ragazza di turno non abbia il tempo e la voglia di ponderare una scelta e li prenda quindi entrambi, perché se le piace uno è quasi scontato (di certo molto più del prezzo!), che le piaccia anche l'altro. Lo stesso dicasi per vestiti, magliette, scarpe e borse. Le donne in questo sono molto più succubi rispetto agli uomini, e non perché più inclini alla compera (beh, anche), ma perché svantaggiate dalla maggiore possibilità di scelta.


Ma non si tratta più solo di appagare la pancia. Nossignori. I ventri scoperti, abbronzati, tatuati, con al centro l'ombelico del mondo e un piercing al suo interno, non sono più di moda. Finito il trentennio spensierato a cavallo tra due millenni, è arrivata la Grande Crisi. E allora anche le tendenze si sono fatte più responsabili. Provate a pensarci. La moda dell'ecologico, quella del veganismo, della spesa a km zero,  del vintage e del riciclo. L'American way of life surclassato e rimpiazzato dalle filosofie orientali: dal Mc Donald's al sushi all you can eat. Non è che in qualche anno l'uomo si sia improvvisamente ravveduto e abbia deciso di porre fine alla scelleratezza del suo genere. E' solo una questione di necessità. E allora ecco che anche le dinamiche di acquisto e vendita, in tempi di saldi, si sono fatte diverse. La gente ci pensa due, tre, quattro volte prima di comprare. E ancor di più i commercianti prima di ribassare i prezzi. 
Infine sì, un po' ce lo chiediamo tutti, se gli esercenti non facciano come la bisbetica (ma simpaticissima) Arriette Oleson de La Casa nella Prateria, proprietaria della bottega di Walnut Grove insieme al mite consorte Nels. Ecco una loro conversazione all'inizio della stagione dei saldi:
Nels: <<Ma Arriette, i prezzi sono sempre gli stessi…>>
Arriette: <<Oh no, caro, proprio ieri li ho aumentati. E oggi, per l'inizio dei saldi, li ho ridotti!>>.



lunedì 7 luglio 2014

Quando cinque stelle muoiono

Produceva lo stesso effetto di una seduta di kick-boxing. O delle imprecazioni a squarciagola in cima a una montagna. Solo che lo potevi usare seduto comodo in poltrona, davanti alla tv o meglio ancora pigiando con violenza i tasti del computer per scrivere commenti infervorati sul suo blog o sulla sua pagina facebook. O retweettando i suoi cinguettii poco soavi.
Esploso con l’energia iconicamente espressa anche dal suo cognome, Beppe Grillo pare oggi trasformato in un cigno. Ma non il frutto della metamorfosi dopo essere stato brutto anatroccolo, quanto il protagonista di un’ultima danza, prima di restare a terra. Inerme.
Sembra un’altra epoca quella del Vaffaday, delle urlate in piazza e del democraticissimo blog che spopolava in una ancora non democraticissima rete. D’altronde erano gli albori del terzo millennio, e in Italia l’efficienza tecnologica di internet lasciava eccome a desiderare. Funzionavano molto meglio i messaggini sul cellulare e gli show televisivi di Silvio Berlusconi. Per la maggior parte degli italiani wi-fi poteva benissimo essere il nome di una compagnia telefonica giapponese.
Ma dal 2008 le cose sono cambiate.


Che cosa ha portato un comico genovese a diventare fortunato attivista e poi neonato politico, soffocato però nella culla? Di certo questa climax a- e discendente è il prodotto di una miscellanea politica, economica e sociale. Grillo ha fatto della rabbia la sua fortuna. E gli italiani avevano sì di che essere arrabbiati. A partire dalla politica: una recita mal riuscita, in cui gli attori dimenticano il copione e ricorrono quindi alle battute di repertorio per non sfigurare. E così, una sinistra debole e insicura perde l’occasione per realizzare le tanto attese riforme e si fa travolgere dalle polemiche sull’oppressione fiscale. Ghe pensa dunque Silvio, con il governo di centro-destra succeduto a Prodi, a dare il contentino agli italiani: un bel condono e qualche legge anti-razziale made by Lega Nord per placare gli animi. Ma gli uomini di palazzo non sarebbero riusciti a evitare il lancio dei pomodori se…questi non fossero costati troppo. Si apre infatti la Grande Crisi. Quella che dai mutui subprime arriva nei nostri supermercati, nelle aziende, nelle case. E allora, forse, qualche italiano (di troppo) preferisce passare il tempo libero su facebook piuttosto che andare al cinema a vedere l’ultima americanata. E sul web scopre Beppe. E da Grillo nascono i grillini, arrabbiati tanto quanto lui, forse di più. E la situazione intorno non fa che alimentare l’astio. E le voci non divengono mai troppo rauche per smettere di gridare no ai giochi di palazzo, no alla corruzione, no alle istituzioni. No alla politica, insomma. Salvo poi opportuni ripensamenti. Se voglio sconfiggere i politici, devo diventare politico anche io, ha pensato il comico genovese. E così ecco le liste civiche a 5 stelle. E la candidatura diretta di Grillo alle primarie del Pd qualche mese più tardi. E la fondazione del MoVimento 5 Stelle, divenuto vero e proprio partito, l’anno successivo.
Non era già un segno di incoerenza questo? Per molti sì, ma per tanti altri era il solo modo per sconfiggere l’incoerenza stessa. Fare politica per annientare la politica. Peccato che una civiltà moderna non possa vivere senza. Non a caso il termine politica contiene in sé il sostantivo greco polìs, la città, inteso più ampiamente come vivere sociale. E una forza può anche essere dirompente e utile quando si tratta di fare pulizia, ma per far crescere buoni frutti ci vuole terra fertile, bisogna potare gli alberi malati e non sradicarli. Una forza è davvero tale se non si limita a distruggere, ma costruisce anche.
E così si arriva all’ultimo anno. Grillo ha avuto la strada spianata nel 2013, quando il resto del mondo politico nostrano annaspava su salvagenti bucati nel mare burrascoso della crisi. La rabbia funzionava ancora. Poi però di forza ne è arrivata un’altra, che ha proposto una carica positiva al posto di quelle negative presenti fino ad allora. Quindi al posto del vittimismo egocentrico di Berlusconi e delle urla grilline, così forti da non permettere nemmeno di decifrarne il contenuto, si è sostituito un nuovo clima politico. Sole caldo ma che non brucia, qualche nuvola per evitare di scottarsi. Venticello leggero, giusto per ricordarci che non siamo ai Caraibi. Fuor di metafora, non la scomparsa delle piaghe italiane, ma la possibilità di risanarle. Un nome: Matteo Renzi. Una parola: speranza.
Allora era “solo” sindaco di Firenze. E, a dirla tutta, non stava simpatico alla maggior parte dei politici navigati. Come avrebbe potuto, d’altronde, se il suo augurio nei loro confronti era di andare in pensione al più presto? Che poi, viste le pensioni in Italia, nemmeno sapeva molto di buon auspicio.
Rimarrà nella storia come il rottamatore. D’Alema in primis, ma anche Bersani, Prodi e ovviamente Rutelli, Casini, Bossi e Berlusconi: avevano fatto tutti il loro tempo. E Grillo? Gli mancava una carta fondamentale: la diplomazia, la capacità di relazionarsi, di accogliere e non solo portare istanze. Non riusciva a dare quella sicurezza che avrebbe invece fatto dire agli italiani: diamogli una possibilità, affidiamogli la nazione.
Trentanove anni e un simpatico accento dalle reminiscenze dantesche, una capacità comunicativa tale che, se non fosse stato di sinistra, magari i Berlusconi gli avrebbero pure offerto un contratto a Mediaset, una posizione non così netta da essere scontata ma nemmeno così evanescente da lasciare perplessi. Questi gli ingredienti della ricetta anticrisi. Tutta italiana, perché si sa, in cucina almeno siamo sempre stati forti.



Febbraio 2014: un governo non eletto dal popolo, ma che ne ottiene il consenso immediato. Cento giorni e si arriva alle europee, dove il Pd ottiene più del 40% di voti. Deludono un po’ le amministrative, ma la spiegazione è che nei comuni spesso funziona la legge del cambiamento di fronte: tante giunte erano già di sinistra e quindi si è passati alla destra. Sempre ammesso che queste parole abbiano ancora un senso politico e non solo toponomastico. Solo un volta pagina, quindi, non un volta gabbana.
Certo, l’attuale premier è, per fortuna, Matteo Renzi e non Don Matteo. Qualche peccatuccio ce l’ha pure lui. Persino nella coerenza. Non in pochi, sottoscritta compresa, avevano mostrato le loro perplessità quando, dopo aver annunciato alle primarie di dicembre 2013 che non si sarebbe candidato premier ma sarebbe rimasto segretario di partito per continuare a rivestire la carica di sindaco di Firenze, ce lo siamo visti invece sullo scranno di Palazzo Chigi. Però gliela si può perdonare. Se non altro perché, anche in vista del semestre europeo, l’Italia aveva bisogno di un’immagine nuova. E non certo il faccione, simpatico per carità, di Beppe Grillo.  Le riforme, da quella della Pubblica Amministrazione all’Italicum e il Titolo V, fino alla contestatissima riforma del Senato, sono i gettoni di garanzia per una posizione contrattuale in Europa. Perché sarebbe troppo bello se la strada fosse tutta rettilinea, se per arrivare all’obiettivo non ci fosse bisogno di trovare la direzione giusta e imboccare deviazioni. Ma in Italia neppure le autostrade hanno mai funzionato benissimo, quindi tocca arrangiarsi. Prendere strade secondarie. Alternative, però, non scorciatoie. Allora si spiega anche il patto del Nazareno e l’atteggiamento di apertura verso parti politiche storicamente opposte. Pur essendo impossibile l’omogeneità, è necessario, doveroso, remare tutti nello stesso senso, per arrivare nello stesso porto. Quello della salvezza.
Un tessuto, la politica italiana, che si sfrangia in maniera trasversale. Perché il vintage sarà anche di moda, ma il patchwork è superato: non più singoli partiti uniti o divisi in blocchi, come isole che si lanciano cannoni ciascuna dalla propria fortezza. Fronde interne, accordi bilaterali, intese bipartisan. Silvio Berlusconi entra nella sede storica del Pd (e Bersani s’imbarazza per questo). Beppe Grillo non risparmia a Matteo Renzi una scenata di gelosia: perché ai forzisti un colloquio di tre ore e a noi M5S una semplice letterina? Insomma, tutti vogliono attaccare il proprio carro al cavallo vincente. Oppure puntare su un altro animale da soma: Sinistra dem, Vannino Chiti e i sostenitori del suo pacchetto di emendamenti, ma anche l’ala di Forza Italia legata ad Augusto Minzolini, buona parte della Lega Nord e del Ncd non ci stanno.
E Grillo dov’è in tutto questo? Salta da una sponda all’altra, indeciso se accodarsi alla schiera del vincitore o scontrarsi con essa, ma almeno essere capofila. Purtroppo però nell’ultimo anno le stelle del suo movimento hanno smesso di brillare. Perché la notte è bella e suggestiva, ma poi si ha voglia che sorga il sole e venga davvero un nuovo giorno. A forza di gridare non si ha più voce. A forza di distruggere non rimane più niente. E prima o poi bisogna anche ascoltare e ricostruire.