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mercoledì 8 aprile 2015

L'abito non fa la principessa

Se è vero che l'abito non fa il monaco, lo stesso non si può dire per le principesse Disney. Trisavore (ma più imperiture e avvedute) delle Barbie, portano pregi e qualità (i difetti non li hanno, ma il binomio suona meglio) nel loro essere in costume. Come Cenerentola, che non è sfuggita alla filmizzazione. Nell'attuale put-pourri di carne e disegni, di libri e schermi, non poteva mancare al cinema la storia della fanciulla che si recò al gran ballo a bordo di una zucca trainata da topi e lucertole.

Ci ha pensato Kenneth Branagh, con un lungometraggio molto fedele alla fiaba che la Disney mise in cartoon nel 1950, a prelevarla dai testi dei fratelli Grimm e di Charles Perrault. 
Naturalmente Cenerentola è bionda. Da bambina indossa un vestito bianco a fiori, con le ballerine azzurre. Crescendo sembra prediligere il rosa confetto, ma non abbandona le fantasie floreali.
La fata madrina (Helena Bonham Carter), buona pace all'anima sua, le fa notare che al ballo con il vestito della prima comunione non è il caso di andarci. Ma mica si prende la briga di fargliene uno più adatto alla sua età (mettiamo che sedici anni non li abbia ancora, tutto quel pizzo e taffetà è comunque uno smacco). Però cambia il colore. Azzurro puffo. Con tanti brillantini, veli e velette. Forse non aveva capito, la fata, che quella sera il principe doveva scegliere la moglie, non la torta nuziale. Il vestito, comunque, le stava bene. Ma solo perché a indossarlo era Lily James (quella di Downtown Abbey e di Broken).



Ma veniamo alle mise più interessanti. Le sorellastre. Innanzitutto, da gemella omozigote, non ho potuto non notate, con amarezza, che Anastasia e Genoveffa sono identiche. Cambia solo il colore dei loro abiti. Come se un cattivo non abbia diritto a una personalità definita. O meglio: come se l'essere uguali sia di per sé già un punto a sfavore, una magagna da affibbiare all'antagonista. Di fatto, la questione ha una sua logica: una mezza mela non è una mela piccola. Se avete due magliette identiche le userete con meno cura, sicuri di poter contare sulla riserva. Il doppio, o l'unicum diviso a metà, deprezza il valore. Più o meno per la stessa ragione che muove i mercati: all'aumentare dell'offerta rispetto alla domanda, i prezzi delle merci calano. 

Anastasia (Holliday Grainger) e Genoveffa (Sophie McShera), in ogni caso, sono vestite meglio di Cenerentola. Tralasciando gli abiti tempestati di finti rubini e zaffiri, dal gusto eufemisticamente pacchiano, la sera del ballo, altre loro tenute non sono da bocciare. Almeno non del tutto. Per esempio quei golfinetti anni Settanta nelle ultime scene del film. Deliziosi. Anche i colori, rispetto al tripudio di puffo e big bubble indosso alla protagonista, hanno una certa dignità. Giallo e viola, con qualche deviazione nel magenta e nell'arancione. Tinte che nella semiotica cromatica delle fiabe sono quasi sempre associate ai cattivi (pensiamo solo a Malefica, alla matrigna di Biancaneve, a Ursula nella Sirenetta...Fanno eccezione Esmeralda e Anastasia, che, pur essendo eroine, sono vestite rispettivamente di viola e di giallo).



La matrigna, Lady Tremaine, appunto. Cate Blanchett fa la sua comparsa vestita di nero. Uno stile dark che ricorda tanto la sua corrispettiva de La bella addormentata. Poi la vediamo trasformarsi in leghista convinta. Con un'acconciatura per cui dovremmo dubitare della sua indifferenza agli animali. Il raccolto sembra fatto apposta per ospitare un nido di uccellini.





Anche per il principe (Richard Madden) tenuta green, con una giacca sfavillante quasi quanto i suoi occhi. Ma i costumisti non risparmiano nemmeno a lui qualche beffa. Come le simpaticissime calzamaglia bianche, che, con grande delusione delle signorine, non lasciano purtroppo trasparire nessuna dote particolare in zona sottombelicare.



Una chicca ve la lascio come dulcis in fundo. Notate i collant di Ella, ben visibili quando il principe le infila la scarpetta (di cristallo, ma comodissima). Mia nonna ne andrebbe matta.



mercoledì 21 gennaio 2015

Hungry hearts: il confine tra amore e ossessione


Amare da morire. Già, ma chi? O meglio, che cosa? Difficile non porsi questa domanda dopo aver visto Hungry hearts. Il film, liberamente ispirato al romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, è diretto da Saverio Costanzo. Aveva già fatto il suo ingresso nel mondo del cinema con la presentazione al Festival di Venezia nel 2014, dove si era aggiudicato due coppe per le interpretazioni dei protagonisti (Alba Rohrwacher in Mina e Adam Driver in Jude). In questi giorni agli occhi del grande pubblico.


Sconsigliato ai deboli di cuore. Ma anche ai pressapochisti. E a coloro che faticano a distinguere il contenitore (un'ossessione alimentare e spirituale) dal contenuto (l'amore, la paura, la solitudine, il senso di impotenza). Perché la storia non si lascia guardare spensierata. E i pop corn potrebbero andarvi di traverso.
New York, anni nostri. Jude e Mina si incontrano nella toilette del ristorante cinese in cui hanno appena mangiato. Lì rimangono rinchiusi per colpa di una porta difettosa. La situazione non è delle più romantiche, visto che Jude ha appena avuto fastidiosi problemi gastrointestinali - il bagno è cieco - e Mina non sembra sforzarsi per farlo sentire meno a disagio. E' da quel loculo puzzolente dipinto all'orientale che nasce l'amore.
Mina, italiana, lavora in Ambasciata. Jude è un ingegnere. Il volto e il corpo della Rohrwacher, che molti di noi avevano già conosciuto in altre pellicole impegnative (Melissa P., Caos calmo, La solitudine dei numeri primi, Le meraviglie, tanto per citarne alcune), si confermano simulacri del disagio psichico, sociale e personale. Con una bellezza, però, con uno stile, capaci di incantare. E ammalia anche il dinoccolato e acerbo Jude. Schiavo ma non sottomesso. Sarà lui a rifugiarsi in una chiesa per dare al figlio l'omogeneizzato di carne. Sarà lui ad abbracciare la sua Jude con quella stretta capace di dire senza parlare. Dire che andrà tutto bene, che se la caveranno loro due. Perché sono soli, Jude e Mina. Soli in mezzo a una città, New York, che inghiotte e non vede, in cui le radici sono forse sotto il cemento e allora si cerca di ripescarle piantando un orticello biologico nella serra sul tetto di un condominio fatiscente. Soli durante un matrimonio, celebrato forse a Las Vegas, forse nello stesso locale cinese in cui si sono conosciuti, forse in un luogo dove nessuno deve ufficializzare e testimoniare. Dove sicuramente la mattina dopo gli sposi non ricorderanno nemmeno i nomi dei presenti. Eccetto di una, la madre di Jude. 

Roberta Marxwell

Interpretata da una maestrale Roberta Maxuell, non è solo la mamma dello sposo, messa all'angolo per motivi che non ci è dato sapere. E' anche l'aspirante matrona della di lui nuova moglie e del di loro figlio. Dice a Mina di andarla a trovare, per qualsiasi evenienza, "anche senza Jude, anzi meglio senza li lui". Le affermazioni che la sua bocca spruzza irriverente dopo qualche bicchiere di vino possono passare inosservate, ma se avrete il coraggio di guardare Hungry hearts fino alla fine, tenete ben a mente questa donna, che trasmette la tessa inquietudine di altri due personaggi cinematografici: la vicina di casa (Grace Zavriskie) in Inland Empire di Lynch e Sara Goldfarb (Ellen Burstyn) in Requiem for a dream di Aronofsky.


Grace Zaviriskie


Ellen Burstyn











Jude e Mina fanno l'amore. Appassionati, belli e struggenti. Poi uno sparo. E un cerbiatto morto che attira l'attenzione di Mina. Quel cerbiatto ammazzato, forse in un sogno o forse no, diventa una presenza onirica costante per la giovane donna ed è la molla che le fa scattare l'ossessione alimentare.
Anche quel cerbiatto non scordatelo, quanto meno se amate rintracciare la trama di oggetti simbolici sparsi nella sequenza di immagini in movimento.
Mina si sveglia ogni mattina con una nausea che le impedisce di mangiare. Non solo perché è incinta, ma soprattutto perché nei suoi sogni continua a comparire il cerbiatto ammazzato. E' così che decide di eliminare dalla sua dieta tutti gli alimenti di origine animale, fino a nutrire lei e il piccolo di soli semi e verdure.
La scelta di Mina va al di là di principi etico-ambientalisti o estetici. Nasce da una convinzione generata dal colloquio con una medium e maturata leggendo volumi di guru spirituali. Suo figlio è in Indu, una creatura venuta al mondo per salvare la Terra. Per questo lei deve eliminare ogni forma di impurità dall'intorno del bambino e crescerlo fortificandolo pian piano. Per esempio evitandogli ogni contatto con l'esterno per i primi sette mesi di vita. Latte, carne e antibiotici sono veleno e il pediatra una figura da cui tenersi alla larga. 
Quando Jude si rende conto che le condotte di Mina stanno seriamente mettendo in pericolo il figlio, si troverà incastrato in una gabbia affettiva. Assecondare le idee della moglie, che non ha altri se non lui e il bimbo, per non rischiare di farla fuggire o dare la precedenza alla salute del piccolo?


Il fatto è che la lucidità svanisce in fretta quando si ama. 
Chiedete a un amante del fuoripista se ha paura di morire sotto una valanga. O a un anziano marinaio se lo sfiora il dubbio che una volta il mare potrebbe anche essergli fatale. Nell'Antico Testamento, Abramo stava per sacrificare suo figlio Isacco.
Anziché dare un verdetto e siglarlo tra le cose che è bene dire o pensare, sospenderete il giudizio. Vi lascerete travolgere dalle inquadrature sghembe, dai grandangoli deformanti e dalle semi-soggettive che vi impediranno di acquisire la parte dell'uno o dell'altro personaggio. Il regista vuole questo? Non si sa. Ma di certo deve essersi divertito cambiando il punto di vista, talvolta opacizzandolo, come se gli occhi fossero proprio quelli del neonato, oppure dando un senso di vertigine, grazie alle riprese dall'alto, che accentuano tra l'altro l'aspetto stravolto e allampanato dei due coniugi.
In questo vortice di sacro e profano, amore e possesso, ragione e desiderio, vi farete trascinare per quasi due ore. E poi, alla fine di una trama che attorciglia psicologia, giallo e sentimento, anziché avere risposte, vi porrete qualche domanda. Magari sulle declinazioni del verbo amare e su come lo si possa coniugare alla volontà di un'idea. Perché in fondo chi mai, spontaneamente, mette in dubbio la propria concezione di bene? Chi non pensa, pur senza ammetterlo, che questa sia universale? E chi, davanti a una scelta, preferirà il meno peggio al meglio?


domenica 30 novembre 2014

Rada miglior documentario italiano al Torino film festival

Alessandro Abba Legnazzi
Rada ha vinto. Hanno vinto i marinari. Ma specialmente, ha vinto Alessandro Abba Legnazzi. Trentaquatrenne, bresciano, da anni si occupa di cinema, privilegiando il filone documentaristico. Seguendo le peripezie di una scuola di barca a vela sul Garda aveva girato Il senso del vento, mentre nel 2012, sempre in una scuola, ma stavolta elementare, nasceva il lungometraggio Io ci sono (I am here), ambientato nella G.Calini di Brescia e presentato al Filmmarkfest di Milano e al Cracovia Film Market. L'esperienza di Rada inizia invece due anni fa.

A Camogli, proprio a strapiombo sulla Baia Paradiso del comune ligure, c'è una casa di riposo per gente che al mare ha dedicato tutta la vita. La G. Bettolo. Qui Alessandro ha creato quello che lui definisce non un documentario né un prodotto di finzione, piuttosto un esperimento di cinema condiviso. Condiviso perché? Gli ho chiesto quando ci ho parlato, proprio la scorsa settimana, per un'intervista al Giornale di Brescia. <<Perché - ha risposto - gli ospiti della casa, marinai in pensione, hanno scritto insieme a me la sceneggiatura. A partire dalle loro memorie, dai sogni e dai rimpianti delle loro vite, che sono poi stati romanzati. E perché - ha aggiunto - anche la troupe si è messa in scena>>. In scena e in gioco, aggiungerei. Visto che traspare proprio dal tono e dalle parole di Alessandro il tenore emotivo delle relazioni instaurate sul set. 


Renzo
<<Molti marinai erano davvero anziani e nel corso dei due anni li abbiamo persi. Così come ho perso un amico, Alessandro Baltera - a cui ha poi dedicato il premio -. E' un film a cui tengo molto, sono successe cose fondamentali in questi due anni, come la nascita di mia figlia>>.  E va bene, non sarà Martin Scorsese, ma sono particolari che colpiscono, specialmente se penso alla sua giovane età. A quanto ha già fatto e a quanto farà. E al fatto che qualche anno addietro ci distruggevamo di aperitivi in piazza Duomo. E in questo ping pong di nascite e morti non si possono non citare le ultime parole di Renzo, ex sommergibilista quasi centenario, scomparso a settembre: <<Con questo film voi mi avete guarito. Grazie>>.



Chi non è esperto del gergo di navigazione si starà chiedendo che cos'è la rada. Anche io ovviamente me lo sono chiesta e l'ho chiesto ad Alessandro, che mi ha risposto: <<E' quel momento di sospensione in cui stanno le navi quando entrano in porto e attendono la conferma prima di attraccare
Alessandro Abba Legnazzi al Tff 32
l'àncora>>. Una parentesi di non-tempo e forse non-luogo, una dimensione in cui ci si può permettere di vivere il passato o il futuro, ma non il presente. <<E tu, sei mai stato in rada?>>, gli ho domandato. Dopo avermi guardata con un'espressione del tipo: questa te la potevi anche risparmiare, ha preso la palla e l'ha rilanciata: <<Tutti lo siamo prima o poi nella vita. Quando aspettiamo cose che poi accadono o no, che vanno come vorremmo o invece diversamente>>.

E quindi i nove marinai protagonisti del film stanno "come d'autunno sugli alberi le foglie". Si potrebbe dire? Sì, magari anche senza scomodare Ungaretti. Nei 70 minuti di pellicola in bianco e nero, emerge lieve, ironica e imperdonabile la metafora esistenziale di un'attesa, di un limbo. In questo edificio fatiscente, che è a strapiombo sul mare - quindi né sull'acqua né sulla terra - in un periodo - la pensione - che è contemplazione della vita e attesa della morte. E nel frattempo, tra emozioni, ricordi, avventure leggendarie e forse mitizzate, c'è chi alza ancora la bandiera ogni mattina.


giovedì 5 giugno 2014

Maleficent. Chi è il vero cattivo?

Dipende tutto dal punto di vista. Basta un antefatto, un retroscena, per cambiare il senso della storia. E allora quello che è sempre stato l'eroe diventa un po' meno buono, un po' meno coraggioso. E anche lo storico antagonista può mutare sembianze. Pur restando, entrambi, il buono e il cattivo.
Non in tanti conoscono La bella addormentata nel bosco. Si tratta di una fiaba tradizionale europea, nota soprattutto nella versione che Charles Perrault ne fece ne I racconti di mamma oca (1697) e ovviamente nel classico film animato Disney del 1959. E' la mia fiaba preferita.
Il re Stefano governa felice nel suo bel castello e un giorno lui e la moglie hanno una bimba. La principessa Aurora. Organizzano un banchetto per il battesimo della piccola, ma non invitano la fata Malefica. La quale, giustamente, si risente. Tanto da scagliare un maleficio contro la bambina: <<Prima che il sole tramonti sul suo 16° compleanno, ella si pungerà il dito con il filo d'un arcolaio e morrà>>. 


Poi arriva una delle tre fatine buone, Serena, tutta vestita di azzurro, la quale non ha ancora dato il suo dono ad Aurora e quindi rimedia al maleficio, dicendo che il sonno potrà essere destato dal bacio del vero amore. Serena, Flora e Fauna, le tre fatine buone, per sedici anni accudiscono Aurora nella casetta di un taglialegna. Lo fanno senza magia, come fossero contadinelle. 



Poi, allo scoccare del sedicesimo compleanno (e qui uno si chiede: ma aspettare qualche settimana in più no?), la riportano al castello del padre. Dove lei ovviamente si punge il dito con l'arcolaio (anche lì: chissà come mai se li avevano bruciati tutti ne deve rimanere proprio uno e, pensate la sfortuna, la furbissima ragazza ci appoggia sopra il ditino...), cadendo addormentata. Quindi arriva Filippo, figlio del re Uberto, dunque principe pure lui, che, in sella al  suo cavallo bianco, slinguazza la principessa, di cui è già innamoratissimo, pur avendola vista una sola volta. E vissero tutti felici e contenti.


Questa è la versione tradizionale, quella che separa in maniera netta bene e male.
Poi c'è Maleficent.
Frutto del debutto alla regia di Robert Stromberg, il film è uscito da poco nelle sale. 28 maggio in Italia.
Malefica è una fata. La bellezza algida di Angelina Jolie si accosta a fattezze da creatura magica piuttosto ambivalenti. Più o meno un incrocio tra Barbie e gli elfi del Signore degli Anelli. O, se preferite, tra Avatar e Tomb Raider. In una danza che parte come un lento romantico per arrivare ai balletti mozzafiato in stile Kill Bill. Ma, a dispetto del nome, Malefica non ha nulla di cattivo. E' solo una ragazza innamorata e sognatrice. E Stefano mica è un principe. Nossignori. Lo diventerà, con l'inganno e il tradimento, ma solo dopo essersi presentato come contadino, a dire il vero anche un po' sfigato. Per salire al trono promette al sovrano morente di uccidere Malefica, che vive nella Brughiera e non concepisce l'idea di dominio. Ma in fondo il giovane non ha ben chiari i suoi sentimenti. O ha poco coraggio. Infatti non riesce a uccidere Malefica, ma le strappa semplicemente le ali. Le porta a re Enrico e ottiene il trono. 



Poi la storia continua, più o meno come la conosciamo. Ovviamente, però, la guardiamo con un diverso paio di occhiali. Le tre fatine sono sbadate e rompiscatole, Aurora è sì bellina, ma nulla in confronto a Malefica. E quest'ultima farà anche la parte della cattiva, ma risulta quasi simpatica, oltre che tenera. E Filippo? Il principe che dovrebbe salvare la bella addormentata dal sonno profondo? Beh, già nella favola non si può definire un campione di sagacia: lui e il suo cavallo che mangia carote. Ma nella pellicola di Stromberg assume sfumature comico-patetiche: prima non trova il regno di Stefano e vabbè, caro mio, ci sono solo una brughiera e un paesello, forse un navigatore sarebbe eccessivo. Poi si fa problemi a baciare Aurora, appunto dormiente, perché: <<si sono visti una volta soltanto e si sentirebbe in imbarazzo>>. Ma sei o non sei l'eroe, per dindirindina? Insomma, non ci siamo. 



Per fortuna c'è Malefica. E non solo perché ci regala il piacere di una fiaba antica libera dagli archetipi, ma anche perché alza un velo sul significato della parola amore. Che non è tutto pathos e baci alla francese, non solo un sentiero in avanti, ma anche un perdersi, tornare sui propri passi, ritrovarsi, ricostruire su fondamenta più solide. Pentirsi. Perdonare.


domenica 4 maggio 2014

Da Aristotele a Locke

No, non sto per scrivere un articolo di filosofia. Certo è, però, che Steven Knight, regista e sceneggiatore di Locke, doveva avere ben chiare le unità aristoteliche - tempo, spazio e azione - quando ha creato questo film.
Tutto accade in una notte. E all'interno di una Bmw X5. Sfrecciando sulla M1, l'autostrada tra Birmingham e Londra, Ivan Locke (Thomas Hardy) cerca di raccogliere e ricomporre le macerie che tutto a un tratto hanno preso il posto della sua solida vita. E la metafora non è causale: Ivan è un costruttore, capo cantiere per l'esattezza, e sta per portare a termine il suo progetto più ambizioso, un palazzo di 55 piani che staglierà i cieli del vecchio continente e sarà la costruzione più grande d'Europa. All'indomani dell'inaugurazione, tuttavia, Locke viene licenziato. Non potrà infatti presenziare alla grande colata perché sta per diventare padre, ma a partorire non sarà la moglie Katrina, che invece lo attende a casa con i due figli, bensì Bethan, una donna sola e fragile che gli aveva fatto da assistente durante una trasferta di lavoro.



E così Ivan sale in macchina con una carriera avviata, una famiglia felice e un'identità rassicurante, ma queste gli sfuggono di mano nel corso del tragitto e della notte. Cerca disperatamente di riafferrarle, di tenere ogni cosa sotto controllo, con una compostezza quasi inquietante. Le sue emozioni, però, non seguono lo stesso gioco e sgomitano per avere un posto sulla scena, generando un temperamento intermittente. Un po' come la palla da football di cui parla il figlio, quell'oggetto - il destino - che il giocatore riesce a tenere in mano saldamente, a controllare, senza demandare agli altri. Proprio come lo spettatore davanti a una partita, Ivan rimbalza emotivamente tra una telefonata e l'altra. E' calmo e razionale mentre spiega a una Bethan in lacrime, sul punto di partorire, che non la ama né la odia, perché lei è stata semplicemente l'incidente di una notte. Lo è altrettanto quando espone alla moglie le ragioni del suo tradimento e programma in successione ordinata le azioni da svolgersi l'indomani per ritornare una famiglia felice. Lo stesso atteggiamento placido gli fa da scudo con il datore di lavoro Gareth, che gli annuncia il licenziamento. Ma non riesce a trattenere le lacrime, e nemmeno a dire ti voglio bene, se all'altro capo del telefono c'è uno dei figli, che gli racconta eccitato l'andamento della partita di football. Neppure con l'operaio ubriacone Doleman Ivan è in grado di mantenere un aplomb distaccato: si agita inferocito, ride ed esulta insieme a lui. E la rabbia? Quella la riserva al padre morto, con cui dialoga guardando nello specchietto retrovisore, quasi come fosse uno delle luci che costeggiano la route. C'è un desiderio di rivalsa nella conversazione ultra-terrena tra Locke figlio e Locke padre. Perché Ivan ha riscattato il suo cognome, anche lui ha commesso errori, ma li pagherà. Troverà una soluzione. Quale, tuttavia, non ci è dato sapere.
Definita una pellicola minimalista, Locke è un buon esempio di come sia possibile realizzare un film a basso budget (sono state usate solo 3 videocamere digitali Red Epic, montate all'interno dell'auto, per giunta unica location), in poco tempo (quattro giorni di prove e otto notti di riprese) e zero effetti speciali. E non solo un film, ma un film che emoziona. Tanto da essere tra i più applauditi ai fuori concorso del Festival di Venezia. Un film in cui un solo attore dà vita al dramma dell'esistenza.

lunedì 24 marzo 2014

Non buttiamoci giù

Regia di Pascal Chaumeil, Gran Bretagna, 2013

Chi non ha mai pensato al modo più eclatante per farla finita? Spero in tanti, ma temo purtroppo non sia così. E allora, se attraversando gallerie buie dei vostri tragitti esistenziali, o più semplicemente spinti da una curiosità macabra ed egocentrica, vi siete chiesti come potrebbe essere il vostro funerale, quante persone ne prenderebbero parte o, questio magristralis, che cosa si prova nel frammento temporale che divide la vita dalla morte, questo film vi potrebbe interessare.
E’ il secondo, in meno di un anno, che parla di morte, l’ennesimo che porta in scena morti viventi. Ma se la profondità del tema si accompagnava in Still Life a una parallela lentezza narrativa e alla serietà fino mai eccessiva dei personaggi, Non buttiamoci giù affronta in maniera del tutto opposta una delle più grandi tragedie umane. Non la semplice morte, ma la morte voluta, vista come unica soluzione di fronte a un futuro invisibile, o forse solo offuscato. Senza stilare liste di pro e contro per cui valga la pena (soprav)vivere o farla finita, i quattro protagonisti si ritrovano contemporaneamente, la notte del 31 dicembre, sul tetto di un grattacielo londinese. Con la medesima intenzione: buttarsi giù. Il primo è Martin, stella televisiva oscurata da un passato recente che non gli fa onore: la relazione sessuale con una minorenne. Divorziato, con due figlie. In fila dietro di lui c’è Maureen, noiosa donna di mezza età con un figlio disabile, che si offre di aspettare il suo turno con discrezione. Starà voltata di spalle mentre Martin precipita nel vuoto e poi si butterà a sua volta. Ma a interrompere e arricchire il quadretto grottesco arriva Jess, ragazza irriverente e sfrontata, figlia del ministro ombra dell’istruzione e con una sorella maggiore dispersa. Mentre i primi due la trattengono dal gesto estremo – non si sa se per questioni di diritto alla precedenza o per non perdere a loro volta il coraggio – arriva il quarto membro della banda: J.J., detto pizza-boy per via del suo lavoro, il quale, in una gara a chi ha il motivo migliore per suicidarsi, rivelerà agli altri di avere un tumore al cervello.
E così, nel tentativo di dissuadersi a vicenda, i quattro perdono temporaneamente di vista il motivo per cui si sono ritrovati su quel tetto e, poche ore dopo, sottoscrivono un patto: aspetteranno il 14 febbraio per suicidarsi. Dopo aver firmato l’accordo sul retro del biglietto d’addio di Maureen, nell’ordine iniziano: un nuovo anno, un intreccio di vicende che si altalenano tra l’assurdo e il banalmente reale e, soprattutto, una splendida amicizia.
Quale sarà la loro sorte di lì a sei settimane? Vorranno ancora forzare il fato, fermare i dadi del destino, o si renderanno conto che nulla è più irrimediabile della morte?
Naturalmente non sta a me dirvelo.



Questa pellicola si presta tuttavia a un’altra riflessione che covo da un po’. L’impatto mediatico del suicidio. Che cosa significa? Quando è lecito per giornali e tv annunciare una morte autoindotta e quando invece ciò si trasforma nell’ennesimo atto di spettacolarizzazione del macabro? Perché, per esempio, non si dà quasi mai notizia delle tante persone che si lanciano sotto i treni o di quelle che si addormentano per sempre imbottite di farmaci? E perché invece hanno risonanza certi episodi, come i recenti suicidi dell’imprenditore veneto e del disoccupato siciliano? In questo frangente una spiegazione c’è. E, a mio parere, legittima. Se infatti nel secondo caso ci può essere una valenza sociale e di stimolo alle autorità, visto che l’imprenditore e il disoccupato si sono entrambi suicidati nell’arco di 24 ore per il lavoro, gli annunci di morte riuscita, magari correlati al clamore e alle reazioni di shock che ne derivano, sono solo benzina sul fuoco per altri suicidi. Ed è un po’ questo il punto. Una delle cause scatenanti di questi gesti è proprio il senso di impotenza, di invisibilità, di assenza (propria e di un senso generale) provati da chi ne è protagonista. Uso questo sostantivo non a caso. Il motivo che spinge a suicidarsi è proprio il desiderio di sentirsi protagonisti e non comparse, attori e non spettatori, soggetti e non oggetti, almeno per una volta, almeno nell’ultimo atto della propria vita. Non mi addentro nelle ragioni psicologiche e cliniche che possono indurre a sostenere una scelta del genere. D’altronde non sono una psicologa né una sociologa, ma mi guardo intorno, lo faccio innanzitutto per istinto naturale e poi per lavoro. E penso: in un qualche modo non è tutto dentro la testa di queste persone. E’ sì uno spettacolo grottesco che si auto-allestiscono, ma lo fanno perché ne sentono il bisogno, perché crescono e vivono in una società in cui se non sei qualcuno non sei nessuno. E scusate, se così non fosse, non avrebbero così successo i reality-show e i giochi a premi, dove tutti, in teoria, possono diventare famosi. Va bene, questa è una generalizzazione fin troppo estrema, di certo non tutti aspiriamo a essere celebrità, però in tutte le cerchie, in tutte le reti sociali, aleggia un senso di rivalsa, un desiderio di essere il centro. Non credo sia del tutto sbagliato, ognuno deve essere in grado di rendersi l’eroe o la principessa della propria favola, ma appunto deve imparare a farlo da solo, altrimenti ci sarà sempre un altro pronto a metterlo nell’angolo.

Ed è un po’ questo senso di marginalità, di auto-esclusione sociale e affettiva, a far incontrare Martin, Maureen, Jess e J.J. (tra l'altro, non riesco a non notare la simmetria nella scelta dei nomi: due che iniziano con M e due con J, un maschio e una femmina per tipo) sul tetto di quel grattacielo. Tutti e quattro hanno apparentemente valide ragioni per dire addio al mondo, ma non sono quelle valide ragioni a solleticare in loro l’idea del suicidio. Pensateci: i più disperati, in realtà, sono quelli che non conoscono il motivo per cui si disperano.