lunedì 26 maggio 2014

Spending review non ti conosco

È un po’ come quei coltelli da boy-scout. Aggeggi multi-funzione, all’insegna del risparmio e della praticità. Se l’espressione spending review è sempre stata associata a uno strumento di revisione della spesa pubblica, quindi una misura volta a risanare il bilancio dello Stato, Dino Piero Giarda, ministro per i rapporti con il Parlamento del passato Governo Monti, mostra il panorama sotto un’altra prospettiva. 



Sarà anche necessaria per la contabilità pubblica, ma la spending review è stata ed è tutt’oggi prezioso oggetto di propaganda elettorale. In un senso o nell’altro. Per tutto l’ultimo decennio del XX secolo, dopo la bufera di Tangentopoli e l’acclamazione a gran voce di uno Stato “onesto” e “pulito”, anche i robusti interventi di innalzamento delle tasse operati dal Governo Amato e dagli esecutivi che lo seguirono furono strumenti di consenso politico. Erano passati i tempi rampanti degli anni Ottanta ed era necessario riportare in positivo il bilancio statale. Fu ciò che accadde, con un passaggio dal -5 al 5% del saldo primario in termini reali. «L’inflazione aiutava, perché consentiva di far crescere la spesa pubblica sempre un po’ meno rispetto al costo del denaro», continua Giarda, «rimanevano però fuori i tassi di interesse, che riportavano l’Italia in deficit. Fu così che Prodi nel 1996 tirò fuori l’eurotassa, per raggiungere il tetto del 3% e permettere al nostro Paese di entrare nella prima tornata dell’euro». Ma sempre di consenso si trattava, perché gli italiani erano ben contenti di diventare cittadini comunitari e avere tra le mani monete nuove e banconote fruscianti. Alla domanda se l’Italia fosse davvero pronta per entrare nell’eurozona, Giarda risponde in toni sibillini: «Guardate quello che è successo dopo il 2001». Dopo l’11 settembre, già. Da un lato la crisi dei mercati internazionali, la paura che faceva rimpiangere a tutti la vecchia lira. Dall’altro il forzato rallentamento dell’inflazione, che stava bloccando consumi e investimenti. Ecco quindi una nuova spending review, stavolta di matrice opposta: riduzione del carico fiscale, a vantaggio dei privati e delle imprese. L’asso nella manica di Silvio Berlusconi, quello che lo portò a vincere contro Francesco Rutelli. «E’ da lì che anche la sinistra si è fatta contagiare dal taglio delle tasse».
E ora, dopo lo tzunami che ha iniziato a soffiare nel 2008 e che muove ancora gli ultimi colpi di coda, l’imperativo è un connubio tra queste due politiche: riorganizzare sì la spesa pubblica, tagliando gli sprechi e incentivando i consumi, ma ridurre anche le tasse. «Che poi, sarà così vero che in Italia il carico fiscale è troppo elevato?» Se il proverbio dice che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, a questo ci penserà il neo premier Matteo Renzi, che ha previsto un taglio della spesa pubblica di 14.000 euro per il 2015. «Certo», ammicca Giarda, «le sue sono stime su base conoscitiva, servirebbero misure strutturali, ma quando le proposi io a Monti mi disse che noi eravamo un governo tecnico e non era nostro compito riformare lo Stato».


In due parole: tagli lineari. Peggio dei tormentino estivi, perché almeno quelli si sentono solo tre mesi all'anno. «I tagli sono lineari, ma per qualcuno lo sono di più». E il richiamo a Orwell è solo un indizio della vasta cultura della storia economica che Giarda non si fa certo scrupolo a sfoggiare.  «Li hanno adottati tutti i governi nell’acquisto di beni e servizi da parte dello Stato. 10% in meno a ogni ministero, per esempio. Poi però, ex-post, questi tagli tanto lineari non sono, perché entrano in gioco gli assestamenti di bilancio, che ricalibrano le spese. E allora, passato il clamore (elettorale) i tagli diventano selettivi». Lo stesso, a detta del presidente del consiglio di sorveglianza della Banca Popolare di Milano, avviene per le altre due voci dei tagli lineari: sanità ed enti pubblici. «Bisognerebbe ottimizzare la gestione dell’amministrazione pubblica, renderla più efficiente, insomma. La riforma del titolo V in materia di competenza concorrente, per esempio, non era una cattiva idea, dovevano però essere approvate norme di principio, da applicare poi in maniera diversa sulle varie realtà territoriali. Invece quella riforma si rivelò un pasticcio, perché pensata solo a livello centralizzato». Parole, quelle di Giarda, che sembrano arruolarlo tra i detrattori dei tagli lineari. Invece non è così: «Per ottenere una riduzione significativa del disavanzo, i tagli lineari sono un passo obbligato, ma si tratta pur sempre di interventi temporanei, a cui vanno accompagnate misure strutturali, appunto una revisione della spesa pubblica. E’ un po’ come con le banche: bisogna tagliare il personale in esubero». E, a proposito di banche, c’è solo da sperare che Giarda non abbia la stessa popolarità con cui è stato accolto lo scorso febbraio il suo progetto di riorganizzazione della governance in Bpm. La proposta di abolire il voto capitario, al fine di rendere più efficiente la gestione della banca e a stimolare gli investimenti sostanziali, è stata infatti boicottata dall’unione dei piccoli azionisti e dei dipendenti esterni. Ancora una volta, quindi, finanza e consenso vanno di pari passo.

domenica 25 maggio 2014

Europee last minute: non solo voli


Last minute: togli una elle e metti una ti. Non è  solo il volo aereo a essere pensato all'ultimo momento, ma anche il voto. Soprattutto se non si sa per chi fare quella crocetta. Soprattutto se non sembra poi così importante scegliere. Già si tratta di europee, che per la maggior parte dei cittadini dell'unione hanno una valenza nettamente inferiore rispetto alle elezioni politiche o amministrative. Come riportava ieri su Repubblica Ilvo Diamanti, nel 2013 oltre il 13% dei votanti affermò di aver deciso per chi votare solo nei giorni immediatamente precedenti, cioè nel tratto di strada da casa al seggio. E, ripeto, il valore attribuito alle elezioni nazionali è di gran lunga più elevato rispetto a quello di cui godono le comunitarie. Perciò figuriamoci che cosa accadrà oggi. Forse decideranno addirittura in cabina. O forse non decideranno nemmeno. Già, perché anche il voto, per tantissimi, è diventato più un dovere che un diritto. Un obbligo da eseguire se proprio si vuole essere diligenti o, quanto meno, da dimenticare al più presto. Perché? Perché tanto la convinzione è una: che salga questo o quel partito, Mister Y o Miss X, poco o nulla cambierà.
Due sono le spinte che caratterizzano questo 25 maggio 2014, una di tenore internazionale e l'altra più spiccatamente italiana. In primis la propagazione a raggera di movimenti antieuropeisti: dal Front National françcais, guidato da Marine Le Pen, all'Ukip di Nigel Farage, in Gran Bretagna. Passando, ovviamente, per il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e l'ormai defunto Forza Italia di Silvio Berlusconi. Il fatto è che L'Unione Europea si è affermata come comunità prima di tutto economica e poi, se proprio si deve fare lo sforzo, politica. Ma in realtà ci credono in pochi. Che siamo cittadini al pari dei greci o dei tedeschi. Ed è proprio questa la tendenza pericolosa: ricordarsi dell'Ue solo quando fa comodo, per esempio chiedendo la flessibilità sul tetto del 3% nel rapporto tra pil e deficit, accusando la Germania di bacchettonismo, la Grecia e l'Irlanda di parassitismo e la Francia di snobismo. Insomma, tutti amici non proprio. Tanto meno fratelli. Perché i fratelli per i movimenti imperanti in questo periodo sono solo quelli d'Italia e Grillo può anche dire che il M5S aggiungerà le sue cinque stelline a quelle della bandiera europea, ma pare piuttosto che i suoi propositi siano altri: votando per il M5S, gli astri comunitari da 28 potrebbero diventare 27. Di certo non potevamo pretendere una federazione sulla falsa riga degli Stati Uniti, almeno non nell'immediato. Il vecchio continente ha radici e tradizioni talmente eterogenee da non poter essere amalgamato e triturato a mo' di omogeneizzato nel corso di qualche decennio. Ci sono voluti secoli, e forse qualcuno non l'ha ancora mandato giù, solo per l'Italia, con le regioni pronte a dire che l'unione-fa-la-forza-ma-in-fondo-da-soli-si-stava-meglio, figuriamoci per un territorio trenta volte più grande e intriso di culture, lingue e religioni, da quella bizantina a quella longobarda o unna. Eppure, se non ci fosse stata l'Unione Europea, molti Paesi sarebbero già un imperfetto dell'essere. Travolti e annegati dalla crisi dei sub-prime, isolati nel deserto economico creato dai loro governi locali, costretti al canto del cigno dalle rivolte politiche e civili interne. Perché siamo l'Europa, ma non siamo tanto diversi da quei Paesi arabi che ormai da qualche anno esplodono a primavera. E ho evitato il verbo sbocciare non per paura del cliché.


Poi c'è una cantilena tutta italiana, quella scritta e cantata sulle note della speranza e della rabbia. Renzi e Grillo, appunto. Potremmo chiamarla nazionalizzazione delle europee. Innanzitutto perché si tratta di elezioni per il parlamento comunitario, ma in realtà si parla solo dei maggiori partiti in carica, come se una vittoria dell'uno o dell'altro dovesse mutare le sorti intestine del Paese. In secondo luogo, perché questo voto è divenuto lo strumento per rispondere a uno stato d'animo generato a livello locale. Chi ce l'ha con tutto e con tutti vota Grillo (non il M5S, notiamo, Grillo). Chi in fondo un po' ancora ci spera, che le cose possano migliorare, si affida a Renzi (vedi sopra). Insomma, passano in sordina i veri candidati al Parlamento europeo, prevaricano invece i movimenti - e i leader - a cui essi sono legati. Questione di semplicità? Anche, ma non solo. Oltre a evidenziare la scarsa istruzione politica degli italiani, che hanno bisogno di archetipi - la speranza e la rabbia - e di figure note - Renzi e Grillo - per orientarsi alle urne, passa un messaggio nemmeno troppo secondario. E cioè che votando per i deputati parlamentari dell'Ue si inciderà anche sulle sorti della politica nazionale. Addirittura c'è chi mette in discussione il Governo nel caso i grillini superassero il Pd. E lo stesso Grillo, che non voleva fare politica, non solo l'ha sempre fatta, pur dichiarando il contrario, non solo ha fondato un partito, ma ha recentemente indossato la divisa ufficiale. Dalla salopette con camicia a quadri, dal naso inquietante alla Patch Adams, alla giacca scura puntellata di forfora (?) nel salotto di Bruno Vespa. Quale fosse la vera immagine comica resta un quesito in attesa di risposta. 


Chi beneficerà dunque del voto last minute? La fiducia nell'uomo o la sfiducia nel sistema? Mentre ci rifletto, penso che sarebbe comodo poter votare direttamente on line, proprio come si prenotano i voli. Ma poi mi perderei gli anziani vestiti di tutto punto solo per andare a barrare una casella, o, ancor di più, l'afflato nostalgico nel rientrare in una scuola elementare e vedere i banchi che mi arrivano alle ginocchia. Voterei solo per questo.

giovedì 22 maggio 2014

Il Governo Renzi visto dagli occhi di Corrado Passera

E’ più chiaro del cielo terso che ci stanno regalando queste ultime giornate di primavera. A Corrado Passera, ex ministro delle Infrastrutture, Matteo Renzi e il suo esecutivo non piacciono.



Lo spiega servendosi di un’organizzazione logica dei dati, la stessa che, a suo parere, manca nella contabilità pubblica passata e attuale. E sono numeri, i suoi, che si riferiscono al Def 2017, su tre Governi: Monti, Letta e Renzi. Nella percentuale di spesa pubblica rispetto al Pil, Letta si colloca sul gradino più alto del podio, con il 48%, a seguire Monti, con il 48.7% e, fanalino di coda, proprio l’attuale premier Renzi, con il 49.3%. Un ultimo posto che regala a Passera la soddisfazione di definire il presidente del Consiglio in carica un “millantatore di tagli”. Spostandosi poi sulla pressione fiscale, i giochi non cambiano di molto: stavolta è Monti il peggiore, con il 43.8%, seguito da Renzi, 43.5%, e da Letta, che detiene il 43.3%, primato in realtà assai poco consolatorio. Insomma, morale della favola: «Si tratta di tre governi che hanno promesso cambiamenti mirabolanti rispetto al passato, ma in realtà sono tutti uguali». La sua stessa appartenenza a uno di quegli esecutivi (appunto come Ministro delle Infrastrutture della squadra di Monti) è un ricordo eclissato. E comunque, non manca di ricordare Passera, «Su 850 miliardi di spesa pubblica il leader fiorentino ne ha utilizzati solo 25 per gli investimenti, con una diminuzione costante rispetto al passato. Altro che crescita e sviluppo».
Persino gli 80 euro in busta paga sono messi sotto accusa: «Di per sé potrebbero essere un provvedimento buono, ma sono mal indirizzati. Principalmente i destinatari sono il bacino elettorale del Pd e tra l’altro nemmeno i “veri poveri”». I punti di scollamento da un’iniziativa efficace per il Paese sono, secondo Passera, il fatto che questo bonus venga dato a pioggia, che non includa il terzo settore e che bruci 3 miliardi di spesa pubblica. L’effetto sui consumi, già limitato allo 0,2%, sarà sicuramente nullo se questo provvedimento non avrà carattere strutturale.
Ma veniamo a uno dei presunti assi nella manica di Matteo Renzi: il Jobs Act. «Un ottimo disegno rimasto solo sulla carta, anzi, neppure». Per Passera, infatti, le leggi deroga equivalgono al proposito di mettersi a dieta da lunedì. E il decreto Poletti ha scarnificato tutto il progetto originario: rimane solo la flessibilizzazione del lavoro, che però genera una precarietà eccessiva. Trentasei mesi, secondo l’ex Ministro, sono decisamente troppi. Anche il contratto di apprendistato è in definitiva una burla, visto che la formazione rimane a discrezione delle regioni, che possono decidere se affidarlo agli enti pubblici o alle imprese private, scegliendo ovviamente, nella maggior parte dei casi, la prima opzione. «E la colpa di questa occasione mancata non è della burocrazia, ma solo della politica».

Insomma, una vera e propria demolizione: vedremo se dal 14 giugno, giorno in cui presenterà il suo progetto di Italia Unica, Corrado Passera saprà anche costruire. E specialmente se lo farà con mattoni concreti.



lunedì 19 maggio 2014

Fate l'aperitivo, non fate la guerra!

Poniamo il caso che siate alla ricerca di una strada. Non in senso topografico, ma in termini di futuro. Aggiungiamoci la fortuna di essere persone che non si arrendono. E di avere un’indole votata alla socievolezza. Il tutto condito da una forte curiosità e dal genuino interesse per l’arte e la cultura. Ovviamente per essere simpatici bisogna avere anche qualche difetto, o meglio, qualche vizio. E allora vi piace godervi la vita. Per esempio con un bell’aperitivo, di quelli giusti. Mentre chiacchierate con gli amici fate due parole anche coi baristi, che ormai vi conoscono come clienti fissi. E’ così, dileggiando, che nascono le idee. Se le si sa cogliere.
So che non avete ancora capito dove voglio andare a parare. In realtà non c’è un focus ma un’esperienza, che racchiude tante cose: intuitività, spirito d’avventura, voglia di coinvolgere e, perché no, divertimento.
Non è passato nemmeno un mese da quando Silvia mi ha lanciato il sassolino. Avevo appena finito di sorseggiare il mio Red Spritz (se non sapete cos’è vi conviene vivamente scoprirlo) e gongolavo bella felice, ristorata da quel buon mezzo litro di alcol e fantasia. Stavo per uscire dal locale. «Senti Chiara, mi è venuta un’idea. Ho una proposta da farti. Ti andrebbe di tenere una serata a settimana qui al Red App?».
Detto, fatto. Siamo già alla vigilia del secondo appuntamento di BARattando, un aperitivo che ho ideato sul mio modello di vita. E stiamo freschi, direte voi. Invece l’idea è piaciuta. Ogni mercoledì la gente viene al Red App, un localetto chiccosissimo in centro a Brescia. Tutto rosso. Appena aperto. Dove si beve il pirlo (noi bresciani lo chiamiamo così) più buono della città. Lo fanno solo lì. Al posto dell’Aperol o del Campari o del Martini mettono il Red Kiss, un liquore di pesca e arancia. Ci sono diverse varianti preparate con questo nettare dei terrestri, ma non intendo dilungarmi nella spiegazione delle sue beneficissime proprietà. Per capirle dovete per forza provarlo. E le vostre ugole, insieme all’umore, vi ringrazieranno.
Ma torniamo al BARattando. Come dice il nome, di aperitivo del baratto si tratta. Si parte da una pagina facebook, in cui ogni utente posta le foto degli oggetti che intende scambiare. Due a serata. Chi si presenta il mercoledì con merce di baratto riceve la tesserina che dà diritto agli sconti sugli aperitivi. E si diverte. Innanzitutto perché ci sono io a fare da giullare al microfono, gestendo un’asta che ha il sapore del vintage, unito alla sfida di accaparrarsi il tesoro più succulento. Poi perché si crea un circolo. Di settimana in settimana subentrano l’amicizia e la solidarietà: tutti noi, dipendenti da Red Kiss, ci capiamo. E così si passa una serata in compagnia, con ingredienti che tanto usuali non sono di questi tempi.



In primis lo spirito d’impresa: Silvia e Christian, una coppia che a me fa tanta bonaria invidia, perché sono bellissimi, hanno aperto un locale. In un periodo di crisi. Vicino al Teatro e al Cinema Sociale dove ci sono almeno sei bar, ormai consolidati, nel raggio di pochi metri. In una città molto più incline al lavoro che al divertimento. E poi Giorgio, fratello di Silvia, ha disegnato e creato il brand. Red App. E specialmente un nuovo modo di fare l’aperitivo, che gioca sull’italianità, andando controcorrente rispetto al resto dei locali, che imitano invece la movida milanese, proponendo spritz annacquati con buffet tanto pantagruelici quanto di scarsa qualità. Invece il Red Kiss te lo servono nei calici a coppa, come si deve, insomma. E i manicaretti sono degni di questo nome: niente tramezzini gommosi o pizzette surgelate, ma salumi e formaggi nostrani, accompagnati da crostini pepati, ragù piccantissimo, verdure fresche in pinzimonio e il fantastico polpettone di Marco, che sta dietro il bancone a preparare cocktail ma non manca di far compagnia alla clientela. Appunto sbevazzando pure lui i suoi drink. Per fortuna ci sono Yuli e Francesca che almeno fingono di controllarlo. 5 euro il pacchetto aperitivo del baratto. Giusto per dare l’idea di come la qualità non comporti necessariamente costi elevati, se accompagnata da efficienza e ottimizzazione.




Poi ci sono i principi di fondo. Per esempio, che nulla si spreca e tutto si riutilizza. Io sono la regina delle cianfrusaglie, fatico tremendamente a staccarmi dagli oggetti, specialmente se inutili e dal valore più affettivo che economico. Eppure talvolta è necessario, sennò mi troverei come quei casi di Real Time, persone affette da ossessione dell’accumulo. Anche no.
Ecco dunque l’idea di scambiare, che va a braccetto con l’esigenza del risparmio. Magari trovo qualcosa che mi serve e lo prendo senza spendere soldi, ma anzi, sbarazzandomi di ciò che tanto avrei dovuto buttare. Due piccioni con una fava. Sono o non sono arguta? E poi, vabbè, i soldi che risparmio andranno in aperitivi, libri, vestiti e oggetti vintage. Perché l’economia va stimolata, no?



Non mi sono però accontentata. Circa una sera al mese invito un ospite. Non aspettatevi il tronista di Mary De Filippiche né la velina bella-ma-intelligente. Gli ospiti li scelgo io. E punto a persone interessanti ma poco conosciute. Premio l’impegno in scarsità di mezzi, non perché sia una buona samaritana ma perché odio l’esclusionismo e i loop senza via d’uscita: se tutti continuiamo ad alimentare la fama di chi è già noto non scopriremo mai nessuno e nulla di nuovo. Una perdita per noi e per chi cerca di emergere. Quindi ci saranno giovani scrittori esordienti, artisti atipici, fotografi geniali e cantanti croccanti come le pesche noci ancora un po’ acerbe. E gente che si dà da fare per gli altri: presidenti di associazioni di volontariato, per esempio.

Questa è autopromozione pura e dichiarata. Ma che volete? Il blog è il mio e propongo qualcosa in cui credo veramente. Quindi: fate aperitivi, fate baratti, non fate la guerra!

BARattando è su facebook

domenica 11 maggio 2014

La (vera) festa della mamma

La mamma è sempre la mamma…e non proseguo, perché il resto della frase mi fa venire il voltastomaco solo a pronunciarlo. Sembrerà strano a chi stamattina ha lasciato i fiori, il biglietto o i cioccolatini accanto alla tazza della colazione della propria mamma sapere che l'inventrice della festa non avrebbe apprezzato il gesto.
L'attivista americana Anna Jarvis non ebbe mai figli suoi. Fu la morte della madre, nel 1905, che la spinse a organizzare il primo Mother's Day su scala nazionale. Le celebrazioni ufficiali avvennero il 10 maggio (la seconda domenica del mese) 1908: a Grafton, West Virginia, luogo natale di Anna, in una chiesa oggi chiamata International Mother's Day Shrine; a Philadelphia, dove viveva, e in molte altre città americane. Negli anni seguenti l'appuntamento riscosse sempre più successo, tanto che nel 1914 il presidente americano Wilson destinò ufficialmente la seconda domenica del mese alla celebrazione della festività.
Ma fu proprio da quel momento che Anna Jarvis iniziò la sua opera di boicottaggio. Per lei la festa della mamma doveva essere un giorno da passare con la propria madre per ringraziarla di tutto ciò che aveva fatto. Non la festa di tutte le mamme, ma la festa di quella che ognuno reputa la migliore delle mamme: la propria. Di fatto, invece, l'aveva vista trasformarsi in un bengodi commerciale. Per questo Anna dedicò tutta se stessa - e la sua cospicua eredità - nel tentativo di riportare la festa alle origini. Fondò l'International Mother's Day Association per riprendere il controllo delle celebrazioni e arrivò persino ad attaccare la First Lady Eleanor Roosvelt, promotrice di iniziative di beneficenza nel giorno della festa. Addirittura nel 1923 fece irruzione a un congresso di produttori di dolciumi a Philadelphia e due anni dopo ripeté il gesto al congresso delle American War Mothers, un'associazione tutt'ora esistente che per la festa della mamma vende garofani per raccogliere fondi. In quell'occasione la Jarvis fu arrestata per disturbo alla quiete pubblica.
Nonostante tutto, Anna continuò a combattere per la sua festa della mamma, almeno fino ai primi anni Quaranta. Morì nel 1948, a 84 anni, in un ospizio di Philadelphia, senza un soldo e affetta da demenza senile. 


                                         Anna Jarvis (fotografia di Bettman/Corbis)


L'origine della festa della mamma, quindi, tanto allegra non è. A discapito della spiccata vocazione commerciale assunta nel corso del tempo, inizialmente si trattava di una giornata di lutto per le madri che avevano perso i figli in guerra. E se la Jarvis la trasformò da giorno celebrato dalle mamme a giorno di celebrazione per le  mamme, la cultura del consumo ha fatto il resto. Oggi la festa della mamma è la terza occasione più importante per lo scambio di regali e biglietti dopo Natale e San Valentino. E la National Restaurant Association l'ha valutato come giorno prediletto dagli americani per andare a mangiare fuori.

In Italia la ricorrenza venne celebrata per la prima volta a Bordighera, zona dove, non a caso, c'è una ricca coltivazione di fiori freschi. Anche nel resto del mondo occidentale il senso della festa è più o meno quello che conosciamo e la mamma viene ricordata la seconda domenica del mese di maggio. 
Diversa è invece la cadenza nel mondo arabo, dove, nella maggior parte dei Paesi, la festa della mamma si celebra il 21 marzo, in coincidenza con l'inizio della primavera. Ma anche lì non mancano eccezioni. A Panama, per esempio, il giorno è l'8 dicembre, festa dell'Immacolata Concezione di Maria, madre per eccellenza. In Thailandia è il 12 agosto, compleanno della regina Sirkit, al trono dal 1956, considerata madre di tutto il popolo thailandese. 




Insomma, Paese che vai (festa della) mamma che trovi. La modalità di celebrazione si differenzia non solo in base alla storia, ma anche e soprattutto per il significato della figura materna nelle radici culturali della popolazione: pensiamo solo alla distanza che separa la mamma-educatrice cinese dalla mamma-chioccia italiana. O la mamma-amica americana dalla mamma-canguro africana. In fondo però c'è una linea unificatrice di tutti questi stereotipi: ognuno di noi ha una mamma, che sia quella che ci ha partorito, quella che ci ha cresciuto o anche solo l'interiorizzazione dell'istinto di autodifesa e della capacità di prendersi cura di sé.

domenica 4 maggio 2014

Da Aristotele a Locke

No, non sto per scrivere un articolo di filosofia. Certo è, però, che Steven Knight, regista e sceneggiatore di Locke, doveva avere ben chiare le unità aristoteliche - tempo, spazio e azione - quando ha creato questo film.
Tutto accade in una notte. E all'interno di una Bmw X5. Sfrecciando sulla M1, l'autostrada tra Birmingham e Londra, Ivan Locke (Thomas Hardy) cerca di raccogliere e ricomporre le macerie che tutto a un tratto hanno preso il posto della sua solida vita. E la metafora non è causale: Ivan è un costruttore, capo cantiere per l'esattezza, e sta per portare a termine il suo progetto più ambizioso, un palazzo di 55 piani che staglierà i cieli del vecchio continente e sarà la costruzione più grande d'Europa. All'indomani dell'inaugurazione, tuttavia, Locke viene licenziato. Non potrà infatti presenziare alla grande colata perché sta per diventare padre, ma a partorire non sarà la moglie Katrina, che invece lo attende a casa con i due figli, bensì Bethan, una donna sola e fragile che gli aveva fatto da assistente durante una trasferta di lavoro.



E così Ivan sale in macchina con una carriera avviata, una famiglia felice e un'identità rassicurante, ma queste gli sfuggono di mano nel corso del tragitto e della notte. Cerca disperatamente di riafferrarle, di tenere ogni cosa sotto controllo, con una compostezza quasi inquietante. Le sue emozioni, però, non seguono lo stesso gioco e sgomitano per avere un posto sulla scena, generando un temperamento intermittente. Un po' come la palla da football di cui parla il figlio, quell'oggetto - il destino - che il giocatore riesce a tenere in mano saldamente, a controllare, senza demandare agli altri. Proprio come lo spettatore davanti a una partita, Ivan rimbalza emotivamente tra una telefonata e l'altra. E' calmo e razionale mentre spiega a una Bethan in lacrime, sul punto di partorire, che non la ama né la odia, perché lei è stata semplicemente l'incidente di una notte. Lo è altrettanto quando espone alla moglie le ragioni del suo tradimento e programma in successione ordinata le azioni da svolgersi l'indomani per ritornare una famiglia felice. Lo stesso atteggiamento placido gli fa da scudo con il datore di lavoro Gareth, che gli annuncia il licenziamento. Ma non riesce a trattenere le lacrime, e nemmeno a dire ti voglio bene, se all'altro capo del telefono c'è uno dei figli, che gli racconta eccitato l'andamento della partita di football. Neppure con l'operaio ubriacone Doleman Ivan è in grado di mantenere un aplomb distaccato: si agita inferocito, ride ed esulta insieme a lui. E la rabbia? Quella la riserva al padre morto, con cui dialoga guardando nello specchietto retrovisore, quasi come fosse uno delle luci che costeggiano la route. C'è un desiderio di rivalsa nella conversazione ultra-terrena tra Locke figlio e Locke padre. Perché Ivan ha riscattato il suo cognome, anche lui ha commesso errori, ma li pagherà. Troverà una soluzione. Quale, tuttavia, non ci è dato sapere.
Definita una pellicola minimalista, Locke è un buon esempio di come sia possibile realizzare un film a basso budget (sono state usate solo 3 videocamere digitali Red Epic, montate all'interno dell'auto, per giunta unica location), in poco tempo (quattro giorni di prove e otto notti di riprese) e zero effetti speciali. E non solo un film, ma un film che emoziona. Tanto da essere tra i più applauditi ai fuori concorso del Festival di Venezia. Un film in cui un solo attore dà vita al dramma dell'esistenza.

giovedì 1 maggio 2014

Ora et…(lab)ora

Un primo maggio amaro, almeno per quei 3 milioni e 248mila italiani senza lavoro. Un cono d'ombra ormai strato-sferico, quello dei disoccupati, che ha raggiunto uno dei picchi più elevati della storia: 12,7% della popolazione tra i 15 e i 64 anni (Istat marzo 2014). Solo nel 2004 e nel 1977 si erano toccate vette simili. Dati, questi, che hanno portato la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ad affermare che <<questa più che la festa del lavoro sembra la festa della disoccupazione>> e che <<è finito il tempo degli annunci e dei sorrisi, servono riforme che cambino a fondo il Paese e una stagione di veri investimenti che creino occupazione>>. Parole dure, che attendono la concretizzazione delle promesse intavolate dal governo di Matteo Renzi. E il protagonista di questo avverso panorama è appunto il Jobs Act made in Italy, anzi, made in Florence, che a tutti è stato da subito un po' antipatico già dal nome. Perché mai un altro inglesismo? Non siamo in Italia? Appunto. Allora chiariamo la questione: il disegno di riforma del lavoro, studiato dal ministro Giuliano Poletti e promosso dal nuovo governo di centro-sinistra, prende ispirazione dalla legge statunitense JOBS Act (Jumpstarts Ours Business Startups Act), riguardante i finanziamenti per l'avvio di piccole imprese, e dal discorso del 2011 di Obama, che prometteva una ristrutturazione del mercato del lavoro statunitense, con incentivi sugli investimenti, agevolazioni ai giovani e una canalizzazione costruttiva della spesa pubblica. A questi punti, in pratica, fa riferimento anche il nostro Jobs Act. Ma di che si tratta nel concreto? Due le tappe fondamentali: un decreto con disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell'occupazione e la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese; un disegno di legge che delega al Governo la  riforma degli ammortizzatori sociali e delle forme contrattuali. In sintesi: da un lato il comparto imprese, a cui vengono proposti sgravi finanziari e burocratici per incentivarle ad assumere personale, dall'altro la tutela dei lavoratori, con il riordino dei contratti, specialmente quelli di apprendistato, e la pulizia degli ammortizzatori sociali,  al tempo stesso paraurti e zavorre per lo Stato. Avendo preso il via da poco più di un mese, è un po' presto per valutarne l'efficacia. Nel frattempo l'invito, rinnovato oggi stesso dal premier Renzi, è racchiuso in due parole chiave: semplificazione e innovazione. Vale a dire: svincolare le imprese italiane dagli inutili grovigli burocratici e rinfrescare idee, cose e persone nei vari comparti, sia politici sia professionali.


E' evidente, ma forse non abbastanza, che un passo fondamentale per il rilancio economico sia il cambiamento di mentalità, più aperta, senza dubbio, ma soprattutto più ottimista. E allora non buttiamoci giù. Seppur ancora timide, anche le buone notizie non mancano: per la prima volta dall'inizio della crisi, si registra un'inversione di tendenza nell'andamento dell'occupazione: a marzo 2014 ci sono stati 73.000 occupati in più rispetto al mese precedente. Questo potrebbe sembrare in contrasto con i dati allarmanti riguardo alla mancanza di lavoro, ma, è bene ricordare che l'Istat, così come gli altri istituti di ricerca, misura il livello di disoccupazione sul numero di persone che cercano lavoro (e non lo trovano), perciò un aumento di quest'ultimo può anche essere determinato dal fatto che più persone si attivino per trovare un impiego, segno cioè di una rinata speranza nell'economia.



A influire sul tasso di disoccupazione in Italia è senza dubbio la fascia tra i 14 e i 25 anni, in cui la percentuale arriva al 42,7%, (Istat, marzo 2014): sono 638mila i giovani in cerca di lavoro, l'11,4% sul totale della popolazione di quell'età. Il dato positivo è che diminuisce di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente il numero di ragazzi inattivi, i cosiddetti Neet, ovvero che non lavorano né studiano, attestandosi al 73,3%, ben 2,25 milioni. Una quota decisamente elevata, che potrebbe però trovare un tampone nel piano di garanzia, scattato proprio dal 1 maggio, per dare nuove prospettive occupazionali a 50mila soggetti inattivi tra i 15 e i 29 anni. Si tratta di 1.5 miliardi di euro stanziati per questo progetto, che il governo Renzi ha recepito direttamente dall'Unione Europea. Gli organismi comunitari hanno infatti dato vita alla Youth Guarantee, un'iniziativa rivolta ai giovani tra i 15 e i 25 anni (l'Italia ha esteso la possibilità fino ai 29 anni) che non studiano e non lavorano. Apprendistati, tirocini, stage o corsi di formazione. Persino il servizio civile. L'intento è garantire l'entrata nel mondo del lavoro in tempi più rapidi possibili: già dopo 4 mesi dalla cessazione della precedente attività, scolastica o professionale. Trattandosi di una materia di competenza regionale, il progetto è implementato con modalità e risorse diverse a seconda della zona. Per esempio, non hanno diritto ai fondi le regioni con un tasso di disoccupazione giovanile inferiore al 25%. Come le province di Trento e Bolzano. I candidati si iscrivono attraverso il portale appositamente dedicato (www.garanziagiovani.gov.it ) oppure sul sito della propria regione. Dopo aver scelto la zona d'interesse, il soggetto verrà preso in carico dai Servizi per l'impiego o dalle Agenzie private del territorio di competenza e con essi stipulerà un "Patto di servizio", ricevendo una proposta, in base a profilo e disponibilità, entro i 4 mesi successivi.



Nel frattempo, comunque, anche le imprese si stanno aprendo al rinnovamento cercando nuovi profili professionali, rintracciabili principalmente nelle fasce d'età più basse.
Ecco due esempi.
Insomma, se i monaci benedettini pregavano e lavoravano, ora et labora, a noi non resta che pregare per lavorare ora ut labores.