lunedì 14 aprile 2014

Il Sol Levante riscalda la città

E' un po' l'umore generale di questa primavera 2014: una riscoperta del Giappone nelle varie declinazioni che lo caratterizzano. Una cultura che ormai ha impregnato diversi aspetti della vita occidentale: dall'ormai inflazionassimo sushi, ai massaggi Shiatsu e i corsi di Yoga, alla rinata passione verso anime e manga, fino al fascino indiscusso degli artisti nipponici.
Quindi, a distanza di una settimana dal Fuori Salone di Milano, che ha ospitato il preludio della Tokyo Designers Week, anche Brescia ha accolto i cugini giapponesi. E lo ha fatto in un chiostro, quello del Museo Diocesano di via Gasparo da Salò, con un evento durato due giorni dal titolo "Il Giappone nel chiostro".
Ero lì con ArteTempo e ve lo racconto.

martedì 8 aprile 2014

Il magico mondo della finanza

Vi sembrerà strano, ma pure le donne hanno capito che le borse non sono solo quelle che si mettono a tracolla e che ci fanno impazzire davanti alle vetrine. Insomma, c'è chi, come la sottoscritta, è particolarmente affascinata dai mercati finanziari. E da quelli che ci lavorano.


Per capire come mai Milano venga definita una metropoli, bisogna andare in piazza Aulenti. Sembra di non essere in Italia. Ma a New York. O a Londra. Grattacieli vetrati, ampie fontane raso terra, ventiquattrore al posto dei piccioni. Sede Unicredit. Entrando nella torre 9, passati i controlli di sicurezza, un badge apre, almeno fisicamente, le porte del mondo dei mercati finanziari. Sei camere di contrattazione, infiniti uffici che gestiscono ogni aspetto delle reti italiane, 4.000 addetti ai lavori. L’istituto di credito milanese ha appena completato il trasferimento dell’intero comparto nella sede in zona Garibaldi. Sono state incorporate 26 filiali, prima sparse nell’hinterland, al fine di ottimizzare il lavoro e la comunicazione della banca. Una vera e propria cittadella del denaro. Denaro invisibile, che fluttua e cambia il suo valore in tempo reale, concretizzato solo dai numeri sui quattro, cinque, sei monitor che riempiono le scrivanie dei manager, tutti rigorosamente in camicia bianca.
«Pronto, hallo?»
«Uno stacco a mezzo!»
«Stacca a mezzo, Sergio!»
Spezzoni di conversazioni telefoniche, il cui tono frenetico riecheggia nell’open space della sala di contrattazione. Qui vengono negoziate le sorti finanziarie dei mercati. Lo fanno i sales, che gestiscono gli interessi dei clienti, e i traders, che monitorano le reti della banca. C’è la zona execution, quella di contrattazione sui mercati, e l’area production, in cui vengono pensati, strutturati e realizzati i prodotti finanziari di Unicredit. La struttura si ripete uguale nelle varie sale, che si differenziano principalmente per le reti, italiane o straniere, e i clienti, piccole o grandi aziende, a cui afferiscono. Un’attività, quella del brokeraggio, che genera dai 15 ai 20 miliardi l’anno. Specializzazione, numero di clienti, rapidità del servizio e capillarità delle reti sono gli indici che determinano la buona o la cattiva qualità degli operatori di mercato.
Swot, swap, future: non è solo la moneta a inflazionarsi, ma anche la lingua inglese e le sigle. Altro fattore che confonde l’orientamento geografico del visitatore. Ma che siamo in Unicredit lo si può intuire dai colori dell’arredamento: il bianco e il rosso del mobilio, unito al nero dei computer. Le stesse tinte di quella carta magnetica tanto nota ai clienti della banca. I clienti, appunto: il singolo cittadino, la grande azienda, lo Stato. Soggetti che si portano appresso esigenze e interessi diversi, talvolta contrastanti. Tutti però hanno a che fare ogni volta con una variabile determinante: il rischio. E’ un circolo, virtuoso o vizioso a seconda dei punti di vista: più alto viene percepito, meno si tende a rischiare, ma meno si rischia meno i mercati sono dinamici, con influssi negativi sull’economia. D’altra parte, maggiore è la propensione all’avventura finanziaria, più sale l’astrazione di valore del capitale, con il pericolo di generare effetti deleteri, come la vicenda dei sub-prime. In pratica, il rischio era diventato entità talmente eterea per gli azionisti e per gli operatori dei mercati finanziari che si era generata l’illusione della sua inesistenza. Gli investimenti di tanti e i beni di tantissimi galleggiavano all’interno di una bolla speculativa in continua espansione. Finché questa bolla è scoppiata e con essa il valore dell’immobiliare, che ha determinato, per effetto domino, stragi economiche su tutti i mercati, sia a livello settoriale che geografico.



Tanto è cambiato da quel 2008, che pare già lontanissimo. Si sono trasformate in primis le abitudini di consumo dei cittadini, ma anche la percezione degli investitori, oggi forse più ancorati alla concretezza. Il risparmio, visto come la palla al piede del commercio e della ripresa economica, è stato invece l’airbag di molte famiglie, specialmente italiane, sopravvissute alla crisi grazie ai soldi messi da parte nel corso di una vita e alle abitudini oculate che caratterizzano la nostra nazione. Eppure negli ultimi dieci anni il non speso è stato ben poco, perché poco è stato in generale il denaro e alti, rispetto al tenore delle buste paga, i prezzi. Questo anche in Italia, che rimane comunque il bengodi degli istituti creditizi stranieri, attirati dalla nostra forte propensione al risparmio.
In un simile panorama si staglia la nuova reputazione delle banche, che hanno la fama di cacciatori in una prateria di agnelli. Tale è l’idea che piace divulgare, soprattutto a quella politica che pure ha contribuito, con la dilatazione del debito pubblico, ad aggravare la crisi economica. Eppure le banche sono esse stesse imprese, non enti di carità. E come soggetti economici vanno trattati: non si può obbligare un soggetto a svolgere un’attività che gli generi perdite. Di conseguenza, anche gli istituti creditizi possono e dovrebbero valutare l’affidabilità finanziaria dei loro clienti, la capacità che questi hanno di risanare i debiti. Ciò a dispetto anche delle lamentele sull’impossibilità di piccoli e medi imprenditori di accedere al credito.
E così riecheggia quella parola. Capitale. Non il Capitale di Marx, figlio indiscusso dell’economia moderna. Semmai il Capitale Umano. Sì, quello di Stephen Amidon e di Virzì. Perché in fondo non sono solo le compagnie assicurative a calcolare il valore prodotto dalla vita di un uomo. Forse lo fanno anche quelli che investono per mandare il figlio all’università. O per comprarsi in futuro la villa con piscina. Un po’ come i protagonisti del romanzo e del film, che, pur traslati dall’America all’Italia, sono sempre mossi da quel fattore imprendibile e capriccioso che è il rischio.





domenica 6 aprile 2014

Fino all'ultimo scatto

Vi svelo un segreto. Potete far passare anche mezz'ora senza scattare una foto. Persino un giorno intero. O una settimana. Il corpo prosegue i suoi ritmi vitali, la fisiologia continua il suo corso. Il sole sorge e tramonta lo stesso. So che la cosa pare impossibile a tutti coloro che intasano il web con selfie (autoscatti), foodie (foto di cibo), clothesie (foto di capi d'abbigliamento) e ora anche #aftersex (foto post-sesso), perché non sia mai che agli amici sfugga la nostra ultima performance focosa. Insomma, se prima c'era la sigaretta, adesso c'è l'iphone, che forse è meno dannoso per la salute fisica, ma, per quanto riguarda il rapporto con il partner, beh, non ne sarei così certa.
Ci sono tanti aspetti che entrano in gioco nell'utilizzo smodato della fotografia pubblicata sui social network. Innanzitutto, possiamo ancora chiamarla fotografia? O forse sarebbe più opportuno lasciare questa denominazione a immagini che possiedano un minimo di emotività e non siano solo il frutto di gesti compulsivi?
E' difficile dare una risposta, perché, se è vero che negli scatti rubati al flusso del quotidiano con gli smartphone e ingordamente pubblicati all'istante sul web mancano la preziosità dell'atto studiato e sentito, la sacralità della ricerca creativa e l'emozione della posa o la fortuna dell'evento immortalato, se è vero che manca tutto questo, è pur vero che non si possono mettere sullo stesso piano i prodotti di mezzi e finalità diversi. Mentre infatti la fotografia analogica o digitale realizzata con una fotocamera ha solitamente la funzione di raccontare e di imprigionare qualcosa, sia esso un ricordo, un'emozione o il semplice prodigio, lo scatto dagli smartphone serve per mostrare, mostrare e mostrare. Ma anche per condividere. Non a caso, se le fotografie tradizionali si conservano quasi gelosamente, nell'album di famiglia, nel book del maestro o più recentemente in un dvd, selfie&co non aspettano altro che essere rubati, diffusi, resi noti. Cercano la spettacolarità, ma non hanno nulla di sacrale, perché sono inflazionati. Però hanno una funzione: appunto quella di comunicare. Sono un po' l'equivalente degli sms in rapporto alla lettera. In una società di nativi digitali, di occhi educati all'immagine in pixel e di diete mediatiche iper-attive ma mai sature, ognuno usa gli strumenti di comunicazione che gli sono familiari. Non necessariamente più giusti o sbagliati. Per esempio, i nostri nonni ci hanno messo un po', a loro tempo, per imparare come si usa un telecomando e di certo la maggior parte di loro non trova molto simpatici computer e telefoni cellulari, ma...avete mai visto le loro grafie? L'eleganza e la pazienza con cui delineano ogni lettera? Beh, è la stessa praticità che noi abbiamo quando scattiamo un selfie al nostro bel faccione e spigliatissimi lo postiamo su Facebook e Instagram.




Molti miei colleghi non sono troppo contenti della prodezza tecnologica che caratterizza le nuove generazioni. Non parlo dell'epico scontro tra apocalittici e integrati. Quelli erano gli anni 60 e Umberto Eco si riferiva alla cultura di massa. La preoccupazione degli addetti al settore era semmai per la tutela del pubblico-lettore e della sua coscienza, mentre oggi i timori sono altri e si rivolgono al futuro di una professione, quella degli specialisti nella comunicazione, che si profila sempre più a rischio. Perché il video lo gira anche mio cugino Pinco con il telefonino. E pure mia sorella Pallina può scattare una foto e mostrare qualcosa all'umanità. Persino il mio ragazzo Fortunato fa cronaca attraverso il suo blog. Insomma, pare che la mia unica sicurezza sia quella di non essere preda futura della crisi del mercato immobiliare: il peggio che potrà accadermi sarà fare a botte con qualche barbone per il posto sotto un ponte. E, vista la mia mole, forse dovrei comunque preoccuparmi.
Ma sto divagando. Eravamo partiti dai selfie. Che comunque c'entrano eccome, anche con l'aura dei reporter. Se infatti non sento ancora di avere il destino segnato, è proprio perché c'è una differenza che separa il giornalista dal giornalaio. Ed è la stessa che si interpone tra la comunicazione come risposta al bisogno di apprendere e ragionare e la semplice diffusione delle informazioni. Il medesimo dislivello lo abbiamo fra una foto realizzata da un professionista che sta ore a meditare luce e angolatura giuste, la polaroid di famiglia o in comitiva, dove tutti si mettono in posa al momento sbagliato, e lo scatto che la tredicenne fa di se stessa davanti allo specchio o al sushi che ha nel piatto. Sia chiaro: quella appena citata non è una scala di valori. Semmai di funzioni.
La comunicazione è lo specchio della società che la produce, forse per questo mi interessa tanto. E quella di oggi è improntata sul fai-da-te. A volte diverte, alte annoia, altre ancora incuriosisce.


mercoledì 2 aprile 2014

Chi fa da sé fa per tre?

Chi fa da sé fa per tre. O l’Italia è l’eccezione che conferma la regola o anche i proverbi sbagliano, almeno nel mondo del lavoro. L’ampio spettro delle partite iva, che nel nostro Paese costituisce il 24% degli occupati, vive e sostanzia la crisi del ceto medio. Si va dall’artigiano e il commerciante di bottega al professionista laureato, passando per le micro e piccole imprese (fino a 49 dipendenti). E’ questa la schiera dei lavoratori autonomi, accomunati da propensione al rischio, un set di competenze più o meno tecniche e la disponibilità di un capitale fisico minimo per affacciarsi sul mercato. A tale miscellanea, che varia a seconda della figura professionale presa in considerazione, si è aggiunto però nell’ultimo ventennio un altro ingrediente, purtroppo avvelenato: la vulnerabilità sociale. I lavoratori autonomi, specialmente quelli più vicini alle fasce di povertà, sono funamboli che cercano di tenere in equilibrio entrate e uscite di capitali, vincoli a datori di lavoro che si presentano allo Stato come partner (con conseguente assenza di contratti che garantiscano tutele minime) e gli eventi della vita che colpiscono chiunque, senza preavviso, come un acquazzone ad agosto.


Insomma, il lavoro autonomo ha a che fare con la libertà solo nella forma, ma nella sostanza porta alla stagnazione, frammentando il mercato in minuscoli fazzoletti locali, senza generare reti con clienti e professionisti esteri. Allora perché l’Italia è terza in Europa, preceduta solo da Grecia e Turchia, per numero di lavoratori autonomi? Di certo contano le radici storico-culturali, il fatto cioè che il nostro sia un Paese di tarda unificazione territoriale e di debole tradizione liberale, ma a intorpidire le acque non sono solo i detriti stratificati negli scorsi decenni: anche il presente gioca la sua parte. Per esempio, ci sono categorie intoccabili, protette da politici che trovano in esse il loro bacino diretto di elettori. A risentirne in maniera tragica sono le politiche economiche, che rimangono vincolate agli interessi di singoli gruppi, perdendo così slancio nella rincorsa verso un benessere capillare e inclusivo. D’altronde non è un caso che la piccola e media borghesia, il ceto più esposto alle tempeste economiche e al tempo stesso meno rappresentato politicamente, sia una succulenta preda elettorale per quei partiti populisti (dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle) che basano la loro forza sul malcontento e sulla rivendicazione.
In questo panorama vengono meno i tre fattori che hanno sempre fatto da collanti per il lavoro autonomo. In primis la propensione al rischio, perché oggi sempre meno persone sono disposte ad avventurarsi da cerbiatti in una jungla economica di tigri. Scricchiola anche la competenza: o ce n’è troppa e il sapere diventa quindi asettico e intrappolato in compartimenti stagni, oppure troppo poca, con una crescente arretratezza della formazione professionale negli istituti tecnici. Infine, ma in realtà anche al principio, mancano i capitali: le risorse pubbliche vengono per lo più utilizzate a beneficio delle già citate categorie protette e non per incentivare start-up e investimenti. L’apertura ai mercati stranieri, parallela a una mancata capacità di risposta competitiva e interlocutoria da parte delle aziende nostrane, è l’ennesima goccia di quest’acqua torbida, forse proprio quella che fa traboccare il vaso.

A dispetto del dualismo che tanto piace a noi italiani, stavolta non è un gioco a somma zero: lavoro autonomo contro lavoro dipendente. Si tratta semmai di interrelazione tra i due. E, se di gioco si parla, per uno stesso risultato hanno entrambi da guadagnare. O da perdere.

domenica 30 marzo 2014

La scuola fa bene alla salute

Forse l'idea non piace agli studenti più lavativi. E ancor meno alle mamme chiocce. Eppure pare ci sia una stretta connessione fra il livello di istruzione e lo stato di salute della popolazione. Lo ha dimostrato uno studio realizzato negli Stati Uniti e pubblicato di recente su Science.
La ricerca, denominata Carolina Abecedarian Project, è stata condotta dall'Università del North Carolina (UNC), a Cape Hill, e aveva come obiettivo primario verificare se fosse possibile innalzare il quoziente intellettivo (QI) e il grado di rendimento scolastico dei soggetti nati e cresciuti in condizioni economiche di povertà, quindi più ad alto rischio di lasciare la scuola e diventare disoccupati. Ebbene, oltre a dimostrare che la miseria non è incisa sulla pietra, questo studio ha messo in luce anche la correlazione tra un programma intensivo di formazione nei primi anni di vita del bambino e il suo stato di salute raggiunta un età minima di 30 anni.
Già dal 1972 furono reclutate più di 100 famiglie con figli di 2 mesi. Nella maggior parte dei casi si trattava di afro-americani con un bilancio economico che li faceva rientrare nella fascia povera della popolazione. Le madri non sapevano a chi affidare i loro bambini mentre erano a lavorare. Ora, posto che a tutti i partecipanti allo studio venne garantita assistenza nutrizionale e medica, metà di essi (il cosiddetto "gruppo di controllo") ebbe solo quella, mentre l'altra metà fu introdotto anche in un programma intensivo, che prevedeva l'inserimento del bambino in una scuola, prima materna e poi primaria, per 5 giorni a settimana, in media dalle 6 alle 8 ore quotidiane. A scuola i bimbi erano seguiti non solo dagli insegnanti, ma anche da psicologi ed educatori. In pratica: c'era sempre qualcuno che parlava, giocava e si relazionava con loro.



Nulla di sorprendente, penserete voi: lo fanno anche i nostri genitori e i nostri nonni. Certo, ma spesso si tende a dimenticare che "noi" siamo solo una fettina, circa il 20%, della popolazione mondiale. Queste attenzioni non sono così scontate per milioni di bambini e ragazzi che al posto dell'ovetto kinder e del Topolino, o, per attualizzare la situazione, dei giochi sull'ipad, si trovano in mano un pezzo di carbone. E non il carbone dolce, quello di Santa Lucia e della befana, ma il carbone vero, direttamente uscito da una miniera. Tipo Rosso Malpelo, per intenderci.
Insomma, se l'Abecedarian Project ha evidenziato una verità che già si poteva facilmente intuire, ovvero che il gruppo sottoposto a formazione intensiva raggiungeva un QI più elevato e che aveva il quadruplo delle possibilità di laurearsi e il 30% delle probabilità in più di trovare lavoro entro i 21 anni, altri risultati, decisamente più inaspettati, sono emersi dall'evoluzione dello studio dell'UNC. Cioè, non solo i soggetti trattati avevano prospettive più rosee per il futuro lavorativo, ma anche, e forse per questo, uno stato di salute decisamente migliore. All'età di 30 anni, infatti, i partecipanti sono stati sottoposti a test clinici per misurare la pressione sanguigna e il livello di zuccheri nel sangue. I membri del gruppo di controllo, in media, si attestavano al livello 1 di ipertensione (quindi con alto rischio di infarti e altri scompensi cardiaci) e un quarto di essi presentava anche una sindrome metabolica, ovvero una costellazione di sintomi, tra cui iper-glicemia ed eccesso di grasso addominale, connessi alla cattiva alimentazione e all'obesità. Nello status di salute di tutto il gruppo trattato, al contrario, non emergevano anomalie.
Lo stesso team di scienziati che ha condotto la ricerca non è tutt'ora in grado di stilare una connessione sicura e diretta tra il contesto formativo nei primi anni di vita e lo stato di salute in età adulta, sia per i molti fattori che convergono in questo ambito sia per il numero tutto sommato esiguo di soggetti studiati. Certo è che, se non possiamo dire con esattezza il perché, abbiamo comunque dati evidenti che costituiscono i vertici del triangolo formazione-economia-salute. Vale a dire: una cura maggiore delle politiche scolastico-educative garantisce sia un migliore stato di salute sia l'incremento del pil di una nazione. Una connessione importante, specialmente per l'Italia. Da noi le prime voci di spesa pubblica sono infatti: sanità e pensioni. Per contro, l'istruzione e la formazione sono lasciate decisamente nell'ombra, non solo per quanto riguarda i fondi destinati alla ricerca e alle università, ma anche per i servizi collegati allo studio, ovvero progetti educativi per i più piccoli, asili nido, dopo-scuola e campus universitari. Tutti elementi che nella maggior parte dei casi non vengono finanziati dallo Stato, perché, in termini di priorità, sicuramente non sono i primi della lista. E non c'è da stupirsi: se il bilancio, già in forte deficit, è limitato, da qualche parte bisogna pur tagliare. Il problema è una ricanalizzazione degli stanziamenti. Se, per esempio, si prestasse più attenzione alle politiche sociali volte a migliorare l'imprinting formativo della popolazione, ne gioverebbe anche la salute collettiva, generando quindi un bisogno inferiore di spese sanitarie. Al tempo stesso ciò darebbe garanzie più elevate per il futuro, stimolando l'iniziativa privata e riducendo quindi l'afflusso massiccio di dipendenti nel terzo settore, che ormai sta collassando. Senza contare i posti di lavoro generati in ambito sia scientifico che umanistico per offrire servizi educativi.
Non da meno, gli effetti sociali: se nel nostro Paese c'è la tendenza a restare e fare tutto in famiglia, ciò è dovuto anche all'assenza di appigli al di fuori di essa. Senza stimoli economici (per esempio borse di studio), reti comunitarie (avete presente i campus nel Nord Europa o negli Stati Uniti?) e un'adeguata abitudine culturale. Il nostro Welfare State è basato su un sistema familistico, paternalistico e particolarista, che significa: in assenza di servizi sociali adeguati, la cura dei bambini e degli anziani è per lo più gestita all'interno della famiglia, così come, nei casi che lo consentono, le attività economiche sono portate avanti più per cognome che per passione. Questo vuol dire tarpare le ali a molti giovani, restringendo fortemente le possibilità di accesso ai singoli mercati.
Insomma, si tratterebbe di instaurare un circolo virtuoso, interrompendo l'effetto domino della mala o non education.

lunedì 24 marzo 2014

Non buttiamoci giù

Regia di Pascal Chaumeil, Gran Bretagna, 2013

Chi non ha mai pensato al modo più eclatante per farla finita? Spero in tanti, ma temo purtroppo non sia così. E allora, se attraversando gallerie buie dei vostri tragitti esistenziali, o più semplicemente spinti da una curiosità macabra ed egocentrica, vi siete chiesti come potrebbe essere il vostro funerale, quante persone ne prenderebbero parte o, questio magristralis, che cosa si prova nel frammento temporale che divide la vita dalla morte, questo film vi potrebbe interessare.
E’ il secondo, in meno di un anno, che parla di morte, l’ennesimo che porta in scena morti viventi. Ma se la profondità del tema si accompagnava in Still Life a una parallela lentezza narrativa e alla serietà fino mai eccessiva dei personaggi, Non buttiamoci giù affronta in maniera del tutto opposta una delle più grandi tragedie umane. Non la semplice morte, ma la morte voluta, vista come unica soluzione di fronte a un futuro invisibile, o forse solo offuscato. Senza stilare liste di pro e contro per cui valga la pena (soprav)vivere o farla finita, i quattro protagonisti si ritrovano contemporaneamente, la notte del 31 dicembre, sul tetto di un grattacielo londinese. Con la medesima intenzione: buttarsi giù. Il primo è Martin, stella televisiva oscurata da un passato recente che non gli fa onore: la relazione sessuale con una minorenne. Divorziato, con due figlie. In fila dietro di lui c’è Maureen, noiosa donna di mezza età con un figlio disabile, che si offre di aspettare il suo turno con discrezione. Starà voltata di spalle mentre Martin precipita nel vuoto e poi si butterà a sua volta. Ma a interrompere e arricchire il quadretto grottesco arriva Jess, ragazza irriverente e sfrontata, figlia del ministro ombra dell’istruzione e con una sorella maggiore dispersa. Mentre i primi due la trattengono dal gesto estremo – non si sa se per questioni di diritto alla precedenza o per non perdere a loro volta il coraggio – arriva il quarto membro della banda: J.J., detto pizza-boy per via del suo lavoro, il quale, in una gara a chi ha il motivo migliore per suicidarsi, rivelerà agli altri di avere un tumore al cervello.
E così, nel tentativo di dissuadersi a vicenda, i quattro perdono temporaneamente di vista il motivo per cui si sono ritrovati su quel tetto e, poche ore dopo, sottoscrivono un patto: aspetteranno il 14 febbraio per suicidarsi. Dopo aver firmato l’accordo sul retro del biglietto d’addio di Maureen, nell’ordine iniziano: un nuovo anno, un intreccio di vicende che si altalenano tra l’assurdo e il banalmente reale e, soprattutto, una splendida amicizia.
Quale sarà la loro sorte di lì a sei settimane? Vorranno ancora forzare il fato, fermare i dadi del destino, o si renderanno conto che nulla è più irrimediabile della morte?
Naturalmente non sta a me dirvelo.



Questa pellicola si presta tuttavia a un’altra riflessione che covo da un po’. L’impatto mediatico del suicidio. Che cosa significa? Quando è lecito per giornali e tv annunciare una morte autoindotta e quando invece ciò si trasforma nell’ennesimo atto di spettacolarizzazione del macabro? Perché, per esempio, non si dà quasi mai notizia delle tante persone che si lanciano sotto i treni o di quelle che si addormentano per sempre imbottite di farmaci? E perché invece hanno risonanza certi episodi, come i recenti suicidi dell’imprenditore veneto e del disoccupato siciliano? In questo frangente una spiegazione c’è. E, a mio parere, legittima. Se infatti nel secondo caso ci può essere una valenza sociale e di stimolo alle autorità, visto che l’imprenditore e il disoccupato si sono entrambi suicidati nell’arco di 24 ore per il lavoro, gli annunci di morte riuscita, magari correlati al clamore e alle reazioni di shock che ne derivano, sono solo benzina sul fuoco per altri suicidi. Ed è un po’ questo il punto. Una delle cause scatenanti di questi gesti è proprio il senso di impotenza, di invisibilità, di assenza (propria e di un senso generale) provati da chi ne è protagonista. Uso questo sostantivo non a caso. Il motivo che spinge a suicidarsi è proprio il desiderio di sentirsi protagonisti e non comparse, attori e non spettatori, soggetti e non oggetti, almeno per una volta, almeno nell’ultimo atto della propria vita. Non mi addentro nelle ragioni psicologiche e cliniche che possono indurre a sostenere una scelta del genere. D’altronde non sono una psicologa né una sociologa, ma mi guardo intorno, lo faccio innanzitutto per istinto naturale e poi per lavoro. E penso: in un qualche modo non è tutto dentro la testa di queste persone. E’ sì uno spettacolo grottesco che si auto-allestiscono, ma lo fanno perché ne sentono il bisogno, perché crescono e vivono in una società in cui se non sei qualcuno non sei nessuno. E scusate, se così non fosse, non avrebbero così successo i reality-show e i giochi a premi, dove tutti, in teoria, possono diventare famosi. Va bene, questa è una generalizzazione fin troppo estrema, di certo non tutti aspiriamo a essere celebrità, però in tutte le cerchie, in tutte le reti sociali, aleggia un senso di rivalsa, un desiderio di essere il centro. Non credo sia del tutto sbagliato, ognuno deve essere in grado di rendersi l’eroe o la principessa della propria favola, ma appunto deve imparare a farlo da solo, altrimenti ci sarà sempre un altro pronto a metterlo nell’angolo.

Ed è un po’ questo senso di marginalità, di auto-esclusione sociale e affettiva, a far incontrare Martin, Maureen, Jess e J.J. (tra l'altro, non riesco a non notare la simmetria nella scelta dei nomi: due che iniziano con M e due con J, un maschio e una femmina per tipo) sul tetto di quel grattacielo. Tutti e quattro hanno apparentemente valide ragioni per dire addio al mondo, ma non sono quelle valide ragioni a solleticare in loro l’idea del suicidio. Pensateci: i più disperati, in realtà, sono quelli che non conoscono il motivo per cui si disperano.

domenica 23 marzo 2014

Perché quando sento gelato mi spunta il sorriso

E' ufficialmente primavera e domani, 24 marzo, sarà pure la giornata europea del gelato. E allora lasciatemi sbizzarrire su di un tema che mi vede espertissima. Perché io il gelato lo mangio tutto l'anno. Anche con la neve. Anche a Natale. Anche rischiando di perdere il treno in stazione per pigliarmi il mio cono da Venchi.
Insomma, per ognuno c'è qualcosa o qualcuno a cui non riesce mai a dire di no. Io il qualcuno non l'ho ancora trovato (forse) ma il qualcosa sì. Il gelato, appunto.



Cono o coppetta? Visto che andiamo sul personale, direi decisamente cono. Purché non mi si rifili quella schifezza stampata. Nossignore. Il cono deve essere rigorosamente in cialda, anche se alcuni intenditori con la puzza sotto il naso ammantano la necessità del cono stampato per esaltare il sapore del gelato. Ma raccontatela a qualcun'altro. La verità è che costa meno.





Diffidate sempre dei primi due (cono stampato e wafer), scegliete i secondi (cialda e crunchy).

No, il gelato deve essere una parentesi di godimento dall'inizio alla fine. Non esiste che finisci la parte cremosa e poi devi mandare giù un solido di cartone. O raschiare lo scodellino con la paletta plasticosa. O, peggio di tutto, trovarti in bocca un legnetto che ricorda tanto quello che ti infilava tra le fauci il pediatra.
Ovviamente sono opinioni.
Ma veniamo al secondo quesito esistenziale. Gusti crema o frutta? In genere io scelgo le creme. E sono anche piuttosto attenta agli abbinamenti. Per esempio, sapete che se scegliete il pistacchio insieme alla nocciola o la crema con il fiordilatte o bacio e cioccolato vi perdete metà del piacere? Perché non riuscite  a distinguere i sapori. Troppo simili. Il segreto è variare aroma, colore e possibilmente anche consistenza. Per esempio un gusto chiaro e uno scuro, uno intenso e uno delicato, uno variegato e uno liscio. Ok, queste sono chicche da intenditori, tanto quanto spingere il gelato nel cono, per averne anche nella parte finale. Rasentano un po' l'ossessività ludica.
Anche i gusti alla frutta, tuttavia, hanno un loro perché, a patto che li si abbini almeno a una crema o allo yogurt. E che, possibilmente, abbiano pure loro, poverini, una base di latte o un substrato cremoso.
E se tra le creme vincono mascarpone, bacio, pistacchio e nutellone, come frutta direi invece: fragola, fico, banana, pera. E poi yogurt e yogurt alla fragola, che non sono niente male. Il gelato al limone, invece, per conto mio potrebbe sparire dalla faccia della terra. E sinceramente mi fanno proprio ridere quelli che entrano in una gelateria e si pigliano il cono (magari stampato, ahahahah!) con una (una???) pallina al limone. Ma scusate, a questo punto non prendetevelo, evitate il supplizio di entrare nel girone dei golosi se non volete peccare. Che poi il vero peccato è appunto non cedere alla tentazione, secondo me.



Rimanendo in tema di gelato artigianale, ecco la mia classifica delle migliori gelaterie. Mi limito alle zone di Brescia, Milano e Varese, perché sono quelle che conosco meglio.
1. Imperiale (Brescia)
Da provare: gusti mascarpone e bacio, fragolina di bosco, pistacchio e pera, ma anche fico, d'estate.
2. Bedussi (Brescia)
Mitici lo yogurt alla fragola e il croccante. Io lì prendo sempre il cono per celiaci, perché ha la cialda più buona.
3. Cioccolatitaliani (Milano e Varese)
Ti riempiono il cono - rigorosamente in cialda - di cioccolato, da scegliere nelle varianti bianco (il mio preferito), al latte e fondente. I gusti migliori sono bianco avorio nocciolato e rosa al cioccolato bianco. Anche pistacchio, comunque, si difende bene.
4. Dolci Brividi (Varese)
Gelato bello grande, che costa poco e nel cono in cialda come piace a me. Il top è  nutellone.
5. Annyrose (Varese)
Tanta varietà, fanno anche i semifreddi, le crepes e il frozen yogurt o lo yogurt variegato.
6. Pecora Nera (Brescia)
Il motivo principale per cui ci vado è il gusto "crema al biscotto bresciano". Hanno anche creme fredde, come mou, ma sconsiglio vivamente di prenderne due in una volta: non riuscireste a finire il gelato perché sono dolcissime. Meglio abbinarle a gusti più freschi.
7. La casa del gelato - Rondinelle (Roncadelle, Brescia)
Se vi capita di passare in questo centro commerciale nella periferia di Brescia, fate un salto alla Casa del gelato. Ci sono tanti gusti e sono pure generosi. Il top è il gusto Kinder Paradiso, che personalmente non ho trovato in nessun'altra gelateria.
8. Venchi (stazione centrale Milano)
Allora, a suo vantaggio ha il fatto di usare ingredienti biologici e senza aggiunta di conservanti, però bisogna dirlo: è piuttosto caro. Un cono medio 3,50€. E la bontà varia a seconda delle volte. Questione di fortuna?
9. Grom (Milano)
Lo decantano in molti, a me non ha mai detto nulla di particolare. Certo, sicuramente ha un gelato migliore di altri e utilizza ingredienti genuini, ma anche in questo caso i prezzi sono elevati e il gelato piccolo, a meno che uno non voglia svuotarsi il portafoglio. Inoltre è una catena, quindi si tratta di gelato falsamente artigianale.
10. L'oasi del gelato (Milano)
Posto carino, da provare il gusto cassata siciliana.
11. La Romana (Brescia e Varese)
Forse eccessivamente molle, però senza dubbio ricercato nei gusti, specialmente croccante all'amarena, croccante della nonna, bacio di dama e panna cotta e pinoli.
12. Riva Reno (Milano e Brescia)
Devo dire che l'ultima volta che ci sono andata mi ha parecchio delusa, ma in altre occasioni non ho avuto da ridire. Qui consiglio contessa, leonardo e matilde, ma anche New York New York e Sweet Alabama.
Prossimamente vorrei provare anche i punti Lindt. In ogni caso, consiglio spassionato: nelle gelaterie-cioccolaterie (Venchi, Cioccolatitaliani, Lindt) evitate come la peste i gusti frutta. Lì sono esperti di cioccolato. Prendete quello.
E, ultima raccomandazione, in tanti dicono che i migliori gelati siano quelli dall'aspetto più bruttino, perché privi di conservanti. Secondo la mia esperienza, può essere vero ma anche no. Da Grom, Cioccolatitliani, Rivareno, La Romana, per esempio, tengono il gelato nei contenitori coperti, per non fargli prendere aria. E ci può stare. D'altra parte, ho gustato tantissimi ottimi gelati che erano una meraviglia anche per gli occhi. Diffiderei invece di quei composti che danno già l'idea di essere un ammasso di ghiaccio dalla vetrina. Non sono più genuini, solo più stantii.

Ecco, e adesso passiamo al terzo punto fondamentale. I gelati confezionati. La leggenda vuole che siano una schifezza, per via del processo di lavorazione industriale. Ma ovviamente è solo una leggenda. Spesso si dimentica  infatti che anche molte gelaterie artigianali, purtroppo, oggi usano preparati industriali, in genere buste, o montano il gelato con le macchine per fargli inglobare più aria e aumentarne quindi il volume.
Insomma, occorre togliersi il paraocchi.
Tra l'altro, non saranno goduriosi come quelli artigianali, ma i gelati confezionati hanno dalla loro la sicurezza dell'igiene e della sterilizzazione. Cosa che è molto più difficile testare se il gelato viene fatto a livello artigianale. Certo, tanto dipende dalla modalità di conservazione. Basta una partita tenuta troppo nel vagone aperto di un camion d'estate, o il freezer del bar non chiuso bene da un bambino, o il guasto nel banco di un supermercato, per deteriorare un prodotto. Se però il gelato artigianale lo si può trovare fresco in ogni stagione, con quello confezionato si rischia un po' di più, perché è difficile che i bar si riforniscano d'inverno. Ecco allora campeggiare tristi tristi nei freezer i rimasugli dell'estate. Non fate mai l'errore di acquistare un gelato confezionato in un bar tra ottobre e aprile. Al di là della scadenza che può essere riportata sulla confezione, non pensateci nemmeno. La cialda sarà molliccia, la crema ghiacciata. Cose brutte, insomma. Se proprio siete fan del gelato packaged, comprate le confezioni al supermercato, ma anche lì, optate per le marche più conosciute e vendute: non per nulla. Semplicemente, con quelle avrete maggiori garanzie che ci sia un riciclo anche d'inverno.
E quindi veniamo alla mia seconda classifica, appunto quella dei gelati industriali.

1. Cornetto Algida classico

2. Magnum Sandwich Algida


3. Magnum bianco Algida



4. Sansonì Sanson



5. Winner Taco Algida



Diciamo che questi sono i cinque intramontabili, poi potrei andare molto oltre, ma mi pare inutile, visto che alcuni sono in edizione limitata.

E adesso immagino proprio di avervi fatto venire voglia di scofanarvi un'intera gelateria. Beh, consolatevi: come diceva una persona di mia conoscenza, il gelato non può essere calorico, è freddo!